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LA RIVOLUZIONE DELLA SPERANZA

13.11.2017

 

 

 

Il risparmio è un’ottima cosa, specialmente se ci hanno pensato i tuoi genitori.

Winston Churchill

 

 

 Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo…

In quest'anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso delle sue proprietà.

Levitico, 25

 

 

 

 

 

 

 

 

Non so se capita anche a voi: ho la sensazione che non si riesca più a leggere oltre le quattro righe, ascoltare poche parole, concentrarsi un attimo. Sempre più spesso mi capita di mandare una email, un messaggio, dire qualcosa… e dalla risposta, magari rapidissima, è però evidente che il destinatario non ha letto o ascoltato, non si è soffermato più di un nanosecondo.

Se poi c’è un allegato, un approfondimento, inutile sperare che venga aperto.

Ho provato con gli evidenziatori, le sottolineature ecc. ma sembra tutto inutile.

Sarà forse per questo che mi sembra sempre che le cose da fare aumentino in modo esponenziale: un concetto di quattro righe bisogna rimpallarselo sei volte, per finire con: “L’allegato? Ah, non l’avevo visto”.

Sarà la demenza digitale, il male della nostra epoca, dove come dice il neurochirurgo Michael Merzenich: “Stiamo allenando i nostri cervelli a concentrarsi sulle cazzate”.

 

Mi sembra un proliferare di cose e attività fini a sé stesse, dove tutti sfrecciano di qua e di là aprendo email che non leggono, sentendo discorsi che non ascoltano e parlandosi addosso di cose che non sanno. Oltre a passare le giornate nei corsi di formazione obbligatoria che non formano e non servono.

Sembra ci sia sempre da affannarsi per arrivare da qualche parte, che non arriva mai. Solo la lapide è il punto di arrivo. Come diceva Will Rogers:

 

“Sono così fiero di quello che ho fatto che non vedo l’ora di morire, per trovarlo scolpito sulla lapide.”

 

Forse sono un po’ stonato, ma mi pare di essere calato in una specie di circo. Solo che il circo mi piaceva, con lo stupore e il divertimento. Ora invece va di moda il Circo Nero, dove il divertimento e lo stupore vengono sostituiti dal dark.

Forse perché siamo in un periodo dove allegria, leggerezza e speranza sono sostituiti da tensione, paura, horror. Mi sembra di vivere in un circo che ti prosciuga i sentimenti.

Una vita in superficie, dove i ricordi durano lo spazio di un tweet e le cose memorabili svaniscono come le migliaia di foto “salvate” sul cellulare. Meglio rispolverare la cassetta vhs con l’immagine tremolante, dove ritrovi un mondo dimenticato, quando certe cose non erano per niente scontate o semplici e magari avevi meno “sicurezze” di oggi, ma i sentimenti avevano il potere di salvarti dalle preoccupazioni.

Scriveva André Gide:

 

“Sapersi liberare non è niente: il difficile è saper essere liberi.”

 

La libertà sembra scontata, oggi. Ma senza il coraggio dei sentimenti, si vive con le maschere e si finisce per abitare nel circo nero.

Credo che il significato di “essere liberi” sia essere sé stessi.

Quante volte lo siamo?

Ci vuole ad esempio il coraggio di dire quello che pensi, o di farlo capire. In modo gentile, certo. L’educazione è una cosa da preservare, in questo continuo rifrullo dove pare nessuno abbia il tempo di considerarla. E’ il coraggio di non sentire di dover fare quello che pensi gli altri si aspettino tu faccia. Come dice un libro dal titolo irresistibile: “IL MAGICO POTERE DI SBATTERSENE IL CA**O”.

Con un sottotitolo promettente:

“Come smettere di perdere tempo (che non hai) a fare cose che non hai voglia di fare, con persone che non ti piacciono”.

 

E anche se, come spesso accade con questi manuali, sono sufficienti le prime 20 pagine (e ce ne sono 200 di troppo), la materia trattata dovrebbe entrare di diritto nei programmi di scuola. Assieme a un corso di alfabetizzazione finanziaria, dove si spieghi per almeno quattro ore al giorno alla signora Pina che a un maggior rendimento corrisponde un rischio maggiore. Un concetto sempre valido fin dai tempi dei bond Parmalat, Cirio, Argentina, i subordinati delle varie Banche Traballa. E quindi ne consegue che se i tassi sono a zero, per ottenere l’agognato 3% bisogna prendersi dei rischi. E quindi, se qualcuno ti dice il contrario, o ti nasconde qualcosa o è un incompetente.

Ma non so se quattro ore al giorno basterebbero. In ogni caso non ne avrei il tempo (né la voglia).

Tanto più in un mondo come oggi dove la prudenza non paga. Oggi il buon senso e la sana e prudente gestione con la proverbiale “diligenza del buon padre di famiglia” son cose che ti fanno fare solo brutta figura (per di più gratis): tanto poi arriva una banca centrale a tappare i buchi di chi ha rischiato (o un Governo che usa i soldi dei contribuenti). Come diceva Will Rogers, sempre lui:

 

“Tre sono le grandi invenzioni dell’umanità: il fuoco, la ruota e le banche centrali”.

  

Ad ogni modo, per fare il miracolo con certi risparmiatori ci vorrebbe il Maestro Manzi, che nell’Italia degli anni ‘60 insegnava in tv a leggere e scrivere ai tanti anziani analfabeti. Eccolo in classe con la signora Pina alla lavagna (e Bottavio seduto al banco).

Ci fosse ancora il Maestro Manzi gli suggerirei di fare almeno un corso base di finanza comportamentale, dove iscriverei Zio Nino con obbligo di frequenza. Del simpatico investitore abbiamo parlato alcuni mesi fa (in “Il cuore e le stelle”) e qui per comodità vi ripropongo un profilo:

 

“Zio Nino da Sorrento è un arzillo settantenne con il pallino dei mercati finanziari. Legge tutte le news dei siti gratis tipo Yahoo Finanza e La pioggia a Tutte l’Ore; non si perde un’intervista all’analista di turno con il suo consensus e il target price, controlla i grafici (che ‘se è sui massimi non si compra’) e poi spara bordate di acquisti in Borsa ‘per un guadagno veloce’, compravendendo a tutto spiano con un timing che sembra fatto apposta al contrario. Zio Nino è il tipico risparmiatore con il profilo di rischio variabile: è disposto a investire in Borsa senza problemi. A patto però che salga. Quando, dopo le accurate analisi, sceglie un titolo il suo orizzonte temporale per l’investimento è giustamente di medio lungo periodo. Sempre che il titolo non scenda. Il quel caso la telefonata arriva in un paio di minuti: ‘Oggi ha fatto -2%, che si fa?’…”

 

La finanza comportamentale studia i comportamenti degli investitori dettati dalla psicologia umana. Comportamenti guidati da meccanismi più o meno automatici di “contabilità mentale” che spesso si rivelano disastrosi per i portafogli. Uno dei più comuni è la cosiddetta avversione alle perdite, per cui 1.000 euro guadagnati non hanno (nella nostra mente) lo stesso valore di 1.000 euro persi. Questi ultimi infatti “pesano” molto di più: praticamente il doppio. Il che, se da un punto di vista razionale non ha alcun senso, da un punto di vista pratico è una delle principali cause dei disastri di portafoglio: vendere un titolo in perdita costa una fatica terribile. Mentre vendere in guadagno è facilissimo. Talmente facile da far… perdere nella maggior parte dei casi enormi guadagni futuri, avendo venduto troppo presto. Poi c’è il cosiddetto “ancoraggio mentale”, per cui un investitore àncora il valore di un investimento al prezzo di acquisto e, se si ritrova in perdita, non ne vuol sapere di vendere se il prezzo non torna almeno a quel livello. E poi l’“effetto dotazione”, per cui una cosa (o un titolo) cambia di valore nella tua mente a seconda che tu la possieda o meno. Una volta che ce l’hai, per te vale più di prima: la tua contabilità mentale l'ha dotata di un valore maggiorato, per cui il distacco è più difficile.

Dev’essere per questi meccanismi che il portafoglio di Zio Nino, che si ispira a quelli di Bassa Finanza ma gestendoli a modo suo, è pieno di titoli con perdite agghiaccianti, che andavano venduti molto molto prima (“Ma finché non torna in pari non lo vendo: ormai aspetto”, dice lui ancora dopo anni che è scattato lo stop loss), mentre appena trova un titolo che sale lo vende dopo un +10%. Come ha fatto anni fa con Hershey (oggi +297%), Microsoft (oggi +225%), Google (+105%), il fondo Sustainable Water (+82%) e tanti altri (qui i dettagli dei Portafogli Colorati )…

Il tutto naturalmente porta a infiniti dibattiti & lamentele: “e come mai non risale?, e ho venduto perché mi sembrava sui massimi!, e quali sono ora le previsoni?…”

Io ci rinuncio. Confido quindi nel Maestro Manzi.

 

Un’altra caratteristica ingannevole dell’animo umano è quella dell’abitudine. Non solo ci si abitua a tutto, ma si tende anche a proiettare nel futuro una situazione attuale diventata usuale. Come se dovesse sempre continuare così.

Nella vita, in genere, è una fregatura galattica, o meglio: un’illusione molto pericolosa.

Non sarà un caso che ci sono millenni di filosofie orientali il cui obiettivo è proprio quello di liberare l’uomo dalle illusioni. La chiamano illuminazione, dato che le illusioni offuscano la vista.

E i mercati finanziari non fanno eccezione.

Oggi sono praticamente soporiferi. Sembra che la volatilità sia scomparsa dal pianeta. I bond dormono, quelli più rischiosi salicchiano, piano piano; le Borse ormai se fanno -0,3% vedi la gente che si sorprende. Sembra scontato che questo sia il trend, oggi, domai e via andare. Ma la storia non funziona così: ci sono dei cambiamenti che maturano – magari in un mondo invisibile – e poi a un certo punto, senza avvertire nessuno, semplicemente avvengono. Proprio nel bel mezzo di una situazione che sembrava ormai stabile. E generalmente avvengono in modo molto più veloce della nostra proiezione illusoria. Come ai tempi delle carrozze con i cavalli. Chi avrebbe immaginato che, dopo secoli di uso stabile, sarebbero state completamente rimpiazzate in così poco tempo?

Una foto di New York del 1908, nella Fifth Avenue:

 

 

Stesso luogo, solo 5 anni dopo:

 

 

La volatilità, si diceva.

Questa oggi, o meglio la sua assenza, è una vera e propria bolla. Ci sono vari fattori che contribuiscono al mix esplosivo. Prima di tutto, come ormai sa anche il Maestro Manzi, le Banche Centrali abbattono la volatilità dei mercati azionari e obbligazionari sostenendone i prezzi (comprando di tutto di più).

Poi ci sono gli investitori, i grandi come i fondi pensione ma anche la signora Pina & friends, che sostengono i mercati (in particolare obbligazionari) comprando enormi quantitativi di bond spazzatura a prezzi assurdi pur di racimolare un 2/3% di rendimento (in questo spesso consigliati da consulenti improvvisati). In condizioni normali nessuno li vorrebbe a quei prezzi (e con quel rapporto rischio/rendimento assurdo) e quindi dovrebbero crollare prima di tornare convenienti. Tecnicamente si chiama “price discovery”, una funzione essenziale per l’equilibrio dei mercati. Ma le banche centrali l’hanno sospesa da tempo. In primis con i tassi a zero, stortura colossale.

Poi c’è la bolla del Vix, l’indice che rappresenta la volatilità sui mercati azionari. Grazie a vari strumenti di ultima generazione basati sull’andamento del Vix (futures, etf, etf a leva, etf inversi…) oggi mezzo mondo sta scommettendo sul fatto che la volatilità scenda. In fondo tutti lo vogliono, e quindi sembra una facile speculazione. Ormai ci sono gli articoli di giornale sui trader dilettanti che sono diventati milionari semplicemente puntando sempre al ribasso della volatilità. Grazie all’ingegneria finanziaria (con prodotti esotici e leverage, ricorda qualcosa?) ci sono quindi fiumi di denaro che vanno in quella direzione. Il che è un po’ come cercare di mettere un coperchio sopra un geyser.

Ma il problema è che vi sono anche moltissime scommesse “implicite” in questa direzione. Cioè, non si vedono ma sono basate sul fatto che la volatilità è bassa. In pratica la maggior parte degli strumenti per il controllo del rischio delle istituzioni finanziarie prendono la volatilità come parametro di riferimento per impostare strategie protettive. Dato che la volatilità è bassa i livelli di protezione verranno impostati, per così dire, molto in basso. Il tutto si attua con flussi di denaro (centinaia di miliardi): opzioni, futures, ordini di vendita preimpostati che, anche se non esplicitati al mercato, non fanno altro che comprimere ulteriormente la volatilità, alimentando ulteriormente questo circolo vizioso. In pratica, ciò che dovrebbe proteggere dalla volatilità (e quindi dalle perdite) non solo è basato su presupposti falsati, ma li falsa ancora di più.

Inoltre, questa distorsione della realtà dei mercati porta alla compiacenza: al diminuire della volatilità aumenta il leverage sul mercato e si prendono molti più rischi di quanto si sia consapevoli.

Poi c’è il fenomeno dei buyback e del cosiddetto buy the dip: in pratica le aziende si finanziano facilmente a tassi zero e con in soldi ottenuti comprano azioni proprie (buyback). In particolare, appena il mercato accenna a scendere scattano gli acquisti massicci (buy the dip). Il che, di fatto, smussa ulteriormente la volatilità, che i prezzi non riescono a scendere.

A questo punto parliamo di trilioni, migliaia di miliardi che vanno in questa direzione: flussi di denaro (facile da prendere in prestito grazie alle banche centrali) che si alimentano a vicenda e rafforzano il trend. Un po’ come le profezie che si autoavverano… fino a prova contraria, ovviamente. Il che è come cercare di mettere un coperchio su un vulcano.

Naturalmente se per qualche motivo la volatilità si impennasse, scatterebbero ondate di ordini di vendita automatici “protettivi”; che però invece di proteggere alimenterebbero ulteriori ribassi e ulteriori vendite, tipo valanga.

Il tutto aggravato dal boom degli investimenti passivi (indicizzati, tipo gli etf), che se hanno il pregio di essere semplici e poco costosi, hanno il difetto che quando c’è da vendere si vende di botto tutto un indice, cioè tutte le azioni presenti. Il che, in una crisi può tranquillamente generare altri effetti valanga con inquietanti scenari in termini di carenza di liquidità (e quindi paralisi dei mercati e collasso dei prezzi): se tutti devono vendere tutto e subito, in automatico, chi rimane a comprare?

Nel frattempo la mega bolla dei bond continua a gonfiarsi, diventando anche sempre più sensibile alle minime variazioni nei tassi di interesse. Ormai bastano pochi centesimi per creare sussulti nel mondo. Il mercato globale delle obbligazioni è enormemente più grande di quello azionario, ma nei tiggì non se ne parla mai. Forse perché sono ormai 35 anni (da quando è iniziata la discesa dei tassi) che non ha particolari scossoni, e la natura umana porta a proiettare nel futuro questa situazione di rilassata compiacenza. Come i cavalli e le carrozze.

 

E non bisogna dimenticare il debito. Anche se ultimamente pare un argomento scomparso dalle news. Chilavrebbemaidetto.

In realtà l’indebitamento in genere non solo non è diminuito, ma è anche peggiorato come qualità, nella sua struttura. In generale il debito (statale e privato) sta continuando imperterrito a crescere a una velocità maggiore di quella della crescita economica: ricetta sicura per una situazione insostenibile e per arrivare a un certo punto alla resa dei conti.

In particolare, in Usa stanno tornando i subprime. Questa volta non con i mutui sulla casa, ma con i prestiti per comprare l’auto (che hanno raggiunto i mille miliardi), con l’indebitamento tramite carte di credito (un altro trilione) e i prestiti agli studenti, che hanno raggiunto l’incredibile cifra di 1.500 miliardi di dollari.

Tutto questo naturalmente grazie alla lungimiranza delle banche centrali: la loro politica dei tassi a zero doveva creare inflazione per ridurre il valore del debito. Quel che sta invece avvenendo è che l’inflazione si trova solo negli asset finanziari, mentre la facilità di prendere soldi in prestito sta aumentando ulteriormente il debito globale.

Il fatto è che la maggior parte del nuovo debito insiste sulla fascia più povera della società, con tassi di crescita sorprendenti. Mentre negli anni ’80 il 20% degli americani - la fascia di popolazione con il reddito più basso - deteneva pochissimo debito, oggi lo stesso segmento di popolazione ha un debito pari al 250% del reddito. E non c’è nessuna speranza che i redditi crescano più velocemente del peso dei debiti. Per non parlare degli studenti universitari, che grazie alla munificenza del governo hanno già sul groppone un debito medio di 30.000 dollari ciascuno. Prima ancora di entrare nel mondo del precariato.

Dalle nostre parti la situazione è probabilmente un po’ più stabile. Ma solo per il fatto che ci sono ancora molte riserve di risparmio (di genitori e nonni) da consumare.

Naturalmente qualche fighissima istituzione finanziaria sta già impacchettando tutti questi crediti sicurissimi per creare prodottini simil-bond (con derivati nascosti qua e là) da piazzare a furbissimi fondi pensione in cerca di cedola. Come la storia dei mutui subprime, appunto.

Al di là dell’ingegneria finanziaria, che come al solito prima o poi esploderà in faccia a qualcuno, a un certo punto la situazione diventerà insostenibile anche da un punto di vista sociale. Chi è indebitato, non vede un futuro e non ha più speranza e niente da perdere sarà sempre più incazzato. Ci saranno tensioni sociali e violenze, proprio come 50 anni fa, agli albori del ’68. E anni bui anche per i mercati, proprio come nei ’70.

E 50 anni è, secondo la Bibbia, la durata di un ciclo economico che si concludeva con il giubileo, quando i debiti venivano cancellati per evitare che situazioni insostenibili degenerassero portando al collasso.

Stiamo andando in quella direzione. Per questo ci sarà un giubileo. Non so in che forma e non so quando. Ma sarà una qualche forma di rivoluzione.

Per questo bisogna lasciar perdere il circo e dedicare tempo ed energie a coltivare i sentimenti e la speranza. Che ti possono dare una visione chiara per sapere dove andare, per levare la tristezza. Verso la rivoluzione della speranza.

 

E ora che si fa?

 

Prima che qualcuno venda tutto e si rifugi in cantina facciamo alcune considerazioni. Attualmente i mercati continuano il trend. In particolare, con le obbligazioni è sempre difficile spuntare qualcosa di interessante, mentre le azioni in genere sembrano aver ancora voglia di performare. E’ ovvio che prima o poi ci sarà una correzione. Ma spero non tale da far scattare troppi stop loss. Anzi, l’eventuale correzione potrebbe essere un necessario passo indietro prima di una nuova ondata rialzista, di quelle euforiche e... preoccupanti. Potrebbe. Comunque, un giorno ci sarà davvero da rifugiarsi (e ci penso da un bel po’ ai preparativi…), ma per ora mi sembra inutile cercare di fare scelte anticipatorie. Preferisco continuare a gestire il rischio con gli stop loss e trailing stop.

A proposito, Zara sta passando un periodo non brillante e le sue azioni (Inditex, in realtà) sono tornate indietro negli ultimi giorni, facendo scattare il trailing stop.

Usciamo quindi con un +48,9% in circa tre anni e mezzo (includendo l’ultimo dividendo di 0,34 euro per azione pagato il 2/11 scorso).

 

Un’altra regola secondo me fondamentale per limitare le perdite è quella di non concentrare troppo gli investimenti, cioè non mettere più del 4-5% del portafoglio su un singolo titolo. Ci sono investitori che invece concentrano molto di più le posizioni, tipo il proberbiale Warren Buffett. Sembra però che alcuni gestori cerchino di emulare il guru di Omaha senza averne le capacità. Sarà forse un problema di arroganza, tanto diffusa oggi quanto rara è diventata l’umiltà.

Così, purtroppo, abbiamo il gestore del fondo Templeton Africa (nel Portafoglio Bianco) che a un certo punto si dev’essere sentito un Buffett della savana e ha pensato bene di investire il 17% del portafoglio che noi e tutti gli altri sottoscrittori gli abbiamo affidato, in un titolo dello Zimbabwe. Cioè, quasi un quinto del portafoglio è finito in uno dei paesi più instabili ed economicamente in crisi del pianeta, che nel 2008 ha sperimentato una delle peggiori iperinflazioni della storia, conclusa quando il governo introdusse la banconota da 100 trilioni (centomila miliardi) di dollari dello Zimbabwe (Zim Dollar), con i quali non ci compravi neanche il biglietto per l’autobus. Un paese che per l'appunto non è neanche contemplato nell’indice di riferimento del fondo (Dow Jones Africa Titans 50). Ma il nostro gestore ci ha fatto su una scommessina.  

Dal 2013 è stato introdotto un nuovo Zim Dollar, che con un colpo di genio del governo è stato legato alla pari al valore del dollaro Usa. Più o meno come fece l’Argentina prima di saltare nel 2001. Come tutti sanno (tranne forse i governi e alcuni gestori di fondi) i rapporti di cambio stabiliti per legge alla parità, sono delle forzature che il mercato immancabilmente distrugge. Tanto più quando si vuol far credere che un dollaro Usa e uno dello Zimbabwe (o un Peso argentino) siano la stessa cosa. Così, al di là del cambio ufficiale, i nuovi  Zim Dollar hanno già cominciato a ipersvalutarsi. Ovviamente nessuno ancora ci capisce niente, fra mercato nero e mercato finto (quello ufficiale), ma pare che l’inflazione sia già arrivata al 300%. Il che significa che gli investimenti nelle azioni dello Zimbabwe tenderanno a valere zero anche se la Borsa sale. Motivo per cui, il fondo Templeton, che già non si comportava granché bene negli ultimi tempi, è stato ora svalutato di botto del (cioè ha perso il) 14% circa. Complimenti davvero.

Personalmente continuo a credere che investire in Africa per il lungo periodo abbia un gran senso. Solo che pare un’impresa piuttosto ardua e le opzioni sono poche. Inoltre i pochi fondi ed etf disponibili sono molto esposti su nord Africa (Egitto e simili) e Sud Africa, mentre io cercherei qualcosa di più concentrato sulla Sub Sahariana, quella che un tempo veniva chiamata “Africa nera”, ma ora pare brutto dirlo. Per il momento quindi levo la stellina verde dal Templeton e appena possibile proporrò un sostituto. E mi spiace per l’accaduto.

 

Una società che, per ora, si sta comportando piuttosto bene è la svizzera Pictet con i suoi fondi azionari specializzati tematici: Global Environmental Opportunities e Robotics. Tempo fa nel Portafoglio di Bassa Finanza era presente anche il fondo Security, sul tema della sicurezza (armi escluse), per cui a inizio 2016 scattò il trailing stop, uscendo con un +30% (qui tutti i dettagli delle Posizioni Chiuse).

 

Continuo a trovare la cosa molto interessante. Si investe in aziende attive nelle varie declinazioni del tema: sistemi di sicurezza per la casa (caldaie, elettrodomestici, porte, allarmi…), test diagnostici, sicurezza nel processo di produzione e lavorazione dei cibi, igiene nella conservazione e trasporto dei cibi; sicurezza nelle attrezzature, come ad esempio la produzione di biberon privi di sostanze tossiche; sicurezza nei mezzi di trasporto (airbag, caschi, per non parlare delle tecnologie dei veicoli a guida autonoma…), nei sistemi di pagamento, gestione dei rifiuti pericolosi; sicurezza relativa alle “smart cities”, le città sempre più grandi e sempre più tecnologiche che comporteranno anche sempre maggiori sfide e investimenti per uno sviluppo sostenibile.

Quest’ultimo mi sembra un trend particolarmente importante

Pare che nel mondo ogni giorno 3 milioni di persone si trasferiscano nelle città.

Le stime dicono che fra una trentina d’anni il 66% della popolazione mondiale vivrà in città (e oggi siamo già oltre il 50%)…

E queste mega aree urbane continueranno a crescere e diverranno più grandi (e più importanti) di interi stati nazionali. Basta pensare che già oggi Shangai ha 27 milioni di abitanti (tre volte gli abitanti della Svezia), Karachi in Pakistan ne ha 23 milioni (quanto l’Australia), Pechino 21, Lagos in Nigeria 20 (milione più milione meno, che vi sfido a fare un censimento...), Delhi 17 (il doppio della Svizzera), Istanbul 14, Mosca 12 (più del doppio della Danimarca), San Paolo 11 (come il Belgio), Jakarta 10… per non parlare di Tokyo, la cui area urbana allargata conta già oggi 37 milioni di abitanti (più del Canada).

Così, un fondo che investe anche in questo trend (oltre ad altri piuttosto validi) mi sembra interessante. E lo ricompro.

 

Riepilogando:

 

Per il Portafoglio Bolla Fucsia vendo:

  • Inditex

 

Per il Portafoglio Bolla Fucsia compro:

  • Pictet Security R eur cod. Isin: LU0270905242

 

 

 

Mentre aspettiamo il giubileo, vi auguro di riuscire fermarvi almeno un po’ per fare una riflessione.

 

“Sapersi liberare non è niente: il difficile è saper essere liberi.”

 

Penso che essere liberi significhi essere sé stessi. Non come al circo, dove alla fine sono tutte maschere. Il rischio è sempre quello di identificarsi: a forza di correre nel circo uno si convince che la maschera e sé stesso coincidano.

Forse per questo, e forse per fortuna, si sente a volte questo sentimento interiore che somiglia alla tristezza. Forse è un richiamo. A fermarsi, e chiedersi dove sei andato, dove sei arrivato; da dove sei partito, dove vuoi arrivare. Che cosa hai lasciato per strada. Quanto ti costa. Che cosa stai dando per scontato. Cosa stai trascurando. Come stai usando il Tempo.

Ma per fermarsi anche per poco e dare spazio all’anima, bisogna ancorarsi a qualcosa; per sfuggire al turbinio del circo nero, come quando durante una tempesta di vento ci si aggrappa a un palo per non farsi portare via.

Un’idea potrebbe essere partire da un vhs tremolante… ma anche qualche foto di quelle stampate (come non si usano più) andrà benissimo. Dove puoi rivedere come eri, con chi eri e da dove arrivi. E, rivivendo le emozioni di allora, rimettere in discussione le tue convinzioni di oggi.

Buon lavoro.

 

 

 

Giuseppe Cloza

 

 

 

 

 

 

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