REALITY SHOW

“Se non stabilisci delle priorità nella tua vita, qualcun altro lo farà per te.”

Greg McKeown

Quando le cose vanno in un certo modo per un periodo di tempo sufficientemente lungo, si crea un trend, al quale ci si abitua.

Può essere chiamato “paradigma”: un termine che deriva dal greco e significa “esempio, modello di riferimento”. Il modo di vivere, nel presente che si ripete, diventa abituale e crea un modello, uno schema che a un certo punto la mente decide di adottare e proiettare nel futuro, portandoci a credere che le cose saranno sempre così. Illusione. La mente crea delle illusioni e queste, inevitabilmente, portano a soffrire. Perché il mondo non va come pensavamo noi (ma è sempre colpa sua, che non ci ha capiti), perché inventiamo aspettative che vengono puntualmente deluse, o ci convinciamo di non essere all’altezza; o ci illudiamo che ottenendo questo e quello saremo felici “per sempre”, come nelle fiabe.

Ma il paradigma ha il brutto vizio di interrompersi, spesso senza avvertire. Le cose finiscono, il tempo cambia e “per sempre” non è più.

Le puffettine ricciolute diventano ragazze formate che volano via, e nella loro stanzetta restano solo i peluche seduti sul letto che ti guardano; le giovani spose diventano suocere, e da babbo passi a nonno che neanche te ne accorgi.

Ma tutti abbiamo il potere interiore per scegliere se vivere nel rimpianto, nel rancore, nell’angoscia… oppure sereni e soddisfatti. Nonostante ciò che ti circonda.

Le più recenti teorie della fisica quantistica dicono che è la mente a creare la realtà in cui viviamo. Non ero mai riuscito ad afferrare questo concetto così sfuggente, finché non ho semplificato e semplificato, tornando alle antichissime filosofie orientali: tutto dipende da con quali occhi vedi le cose.

Dalla tua visone dipende la tua interrelazione con l’ambiente e le persone, e quindi le relazioni, le comunicazioni, i pensieri, le parole che ti escono, le azioni e reazioni. In pratica dai tuoi occhi, o meglio da come la mente “vede” le cose, dipende come sarà la tua realtà. A sua volta, la condizione della mente dipende dallo stato d’animo. O se si preferisce, dalle emozioni.

In una giornata “no” si vede tutto nero e le nuvole oscurano anche le relazioni con gli altri; quando invece siamo allegri, o sentiamo che stiamo facendo qualcosa di importante, tutto diventa leggero e risolvibile.

Sono le emozioni (lo stato d’animo) a modificare la mente (il pensiero). Il viceversa è molto molto difficile. Anche perché il funzionamento del nostro corpo è strutturato in modo che le emozioni si generino prima che la mente razionale possa accorgersene ed elaborare un pensiero. Se camminando in giardino metti il piede su una corda arrotolata, prima ti prende un colpo e scappi nel panico, e solo dopo la mente razionale elabora il tutto e capisce che non si trattava di un serpente. La “mente emozionale” arriva prima. Per questo è così difficile che i soli pensieri o gli esercizi di un manuale o un corso con il coach possano davvero cambiare a fondo il nostro stato interiore.

Anche perché lo stato d’animo dipende a sua volta dal tipo di energia che si ha dentro. Quindi, l’energia che viene da dentro può creare e modificare la realtà che ci circonda. Ma come si fa a modificare l’energia? Un discorso lungo…

Scriveva Candace Pert, neuroscienziata e farmacologa:


“Dobbiamo assumerci la responsabilità delle emozioni che proviamo. Non è vero che gli altri possono farci sentire bene o male: siamo noi che, in modo più o meno cosciente, scegliamo come sentirci in ogni singolo istante della nostra vita. Sotto molti aspetti, il mondo esterno è uno specchio che riflette le nostre convinzioni e aspettative.” (Candace Pert, “Molecole di emozioni”, Tea 2005, pag. 387)


Quando però l’illusione pervade, la mente ci convince che le cose della vita dipendano dagli altri, dagli eventi esterni. Così, come dice la frase iniziale:


“Se non stabilisci delle priorità nella tua vita, qualcun altro lo farà per te.”


Cioè: puoi creare la tua realtà, oppure subire quella altrui. Puoi essere regista della tua esistenza oppure comparsa nel reality show di qualcun altro.

Questi concetti si applicano anche agli investimenti.

Con quali occhi si guardano i portafogli? Se non si stabiliscono regole e priorità personali si subiranno quelle dei Mercati. Con i loro continui saliscendi, le news martellanti, le infinite colate di dati e analisi inutili; e i mille motivi di preoccupazione che si susseguono senza sosta.

Come diceva John Bogle, fondatore della mega casa di gestione Vanguard:


“The stock market is a giant distraction to the business of investing”


“I mercati finanziari sono una gigantesca distrazione quando si fanno investimenti.”


Matuguarda.


Il “Coffee can portfolio”, letteralmente “Portafoglio del barattolo di caffè” è un concetto illustrato negli anni ’80 da Robert Kirby, un noto consulente americano. Il termine deriva dall’usanza diffusa nel vecchio West, quando i soldi e le cose di valore venivano messe in un barattolo del caffè e poi nascoste.

Un giorno si presentò da Kirby una signora che aveva ereditato il portafoglio investimenti del marito da poco deceduto. Questi aveva semplicemente investito 5.000 dollari in ogni titolo suggerito negli anni da Kirby e la sua azienda di consulenza. Poi li aveva “dimenticati”, come fossero appunto nel barattolo del caffè nascosto sotto il materasso. Dopo parecchi anni, il “barattolo” era stato aperto (allora c’erano i certificati azionari di carta) e la vedova si era ritrova ultra milionaria: alcuni titoli avevano perso il 50-60% dai 5.000 dollari iniziali, ma vi erano anche parecchie posizioni ventuplicate (si dirà così?) a 100.000 e una che dai 5.000 iniziali valeva ora 800.000 dollari. Proprio come se negli anni ’90 uno avesse comprato azioni Apple o Amazon e poi le avesse dimenticate sotto il materasso.


Certo, è più facile a dirsi che a farsi, ma il concetto di fondo è importante. Invece di fare come al solito, cioè comprare e vendere a tutto spiano che sennò ci si sente di perdere opportunità, angustiarsi per i prezzi e le variazioni giornaliere, fare previsioni in base alle news del momento… l’importante è trovare titoli di aziende e business di grande qualità e lasciarli lavorare in pace.

D’altronde, le statistiche dicono che se 50 anni fa uno avesse semplicemente messo 1.000 dollari sull’indice della borsa Usa S&P 500, oggi ne avrebbe 135.000. Alla faccia di tutto ciò che è successo nel frattempo.


Lo so, lo so, siamo tutti lì a dire “E chi ce li ha 50 anni per investire?” Ma il concetto di fondo non cambia. Bisognerebbe selezionare degli investimenti di qualità, costruire un portafoglio con un criterio di diversificazione (ma non una frammentazione) e bilanciamento; gestire il rischio con degli stop loss per evitare disastri (ma non per vendere al primo -5%), e poi… E poi fare altro.


E se invece uno i soldi li avesse tenuti sul conto, per paura di catastrofi, collisioni con asteroidi eccetera… beh, addio al potere di acquisto. Al Sole 24 Ore hanno appena fatto il calcolo di quanto varrebbero oggi mille euro lasciati sul conto corrente per 20 anni.

Se si considera la perdita del potere d’acquisto con l’inflazione, il correntista che voleva dormire sonni tranquilli si ritroverebbe con l’equivalente di 588 euro. In pratica, si è sobbarcato una “volatilità” peggiore dei crolli di Borsa. Ma gli stessi 1.000 euro investiti in azioni globali avrebbero oggi un potere di acquisto per oltre 2.000 euro. E in oro? Sarebbero diventati 5.136.


Come dicono al Sole: L’oro batte tutti nel lungo termine”.


Chilavrebbemaidetto, eh?


Lo so, 20 anni sembrano tanti. Ma in realtà è un attimo.


Tornando ai paradigmi.


C’è questo paradigma sui mercati che va avanti da anni. Il trend si rafforza e si autoalimenta. Ad esempio, le condizioni di scarsa volatilità a cui ci siamo abituati portano la gente a investire “tranquillamente” in cose sempre più rischiose, che tanto, come direbbero i F.lli Boscoli: “si vede che sale”. Finché un giorno ci sarà – come sempre è stato – il paradigm shift, il cambio di paradigma.

L’eccesso di rischio porterà a un aumento della volatilità, che si rafforzerà autoalimentandosi. Allora le dinamiche dei mercati inizieranno a funzionare e ad andare nella direzione opposta rispetto al paradigma precedente.


Ma, dopo aver cercato di costruire i portafogli come detto prima, che altro possiamo fare di fronte a queste dinamiche globali? Ben poco.


Allora, invece di farsi distrarre dai mercati, meglio concentrarsi sul nostro personale paradigma da cambiare. Quelle cose della vita dove ci vorrebbe un cambio di rotta, nuove dinamiche e nuove strade da percorrere.



E ora che si fa?

I Portafogli Colorati e gli stop loss/trailing stop sono stati aggiornati.


Qualcuno forse ricorda Tencent, la mega azienda high-tech cinese che abbiamo avuto in portafoglio nel 2017-2018, uscendo con il trailing stop a +22,7%: (vedi Posizione chiuse)


Quando l’acquistai, nella newslettera del 23/05/2017 ne parlai così:


“Se c’è un trend che mi pare in gran fermento è quello della rivoluzione tecnologica. L’intelligenza artificiale sta ormai entrando nella vita di tutti i giorni anche se non ce ne accorgiamo. O meglio, ne siamo quasi assuefatti: ci sembra quasi normale digitare (o pronunciare) mezza parola su Google e vedere che in un nanosecondo lui ha già capito che cosa cercavi… Fra poco avremo gli autobus che guidano da soli, i camion e le auto… Cose che ora magari sembrano utopia, ma anche ai primi del ‘900 quando apparvero sulle strade le prime auto, chi guidava il calesse le guardava con scetticismo. E invece, in un battibaleno sono spariti calessi & cavalli. Fra poco compreremo qualcosa pagando direttamente da Whatsapp e potremo fare un bonifico dall’account Facebook. Poi la realtà virtuale, che al di là di giochi e videgoames porterà applicazioni inimmaginabili…

Tutto ciò sta già avvenendo e, nonostante certi risvolti potenzialmente inquietanti assai, è un trend che al momento pare unstoppable. Uno dei paesi dove questo fermento avanza più veloce è certamente la Cina. E una delle aziende ben posizionata è la mega corporation Tencent, un nome che forse dice poco, ma che rappresenta una delle più grandi realtà mondiali di servizi internet, portali social, messaggistica (la “Whatsapp” di Tencent – che in realtà si chiama Wechat - ha circa 900 milioni di users e viene già utilizzata per i pagamenti online) e in ultimo anche i videogames. Parliamo di un’azienda fondata nel 1998 e che oggi capitalizza 330 miliardi di dollari (praticamente mezza Google)...”



Riporto il testo di allora perché secondo me Tencent è sempre un’azienda assai interessante. Oggi però parliamo di Naspers, company sudafricana nata nel 1915 come editrice di giornali e riviste e che, da quando è quotata alla borsa di Johannesburg (dal 1994), oltre a sviluppare il business dei media in Africa, si è progressivamente concentrata sull’attività di venture capital, investendo e finanziando in giro per il mondo giovani aziende promettenti in campo tecnologico.

Così, nel 2001 i sudafricani sono andati in Cina dove hanno scovato una piccola azienda semisconosciuta di nome Tencent, che dato anche il periodo burrascoso dello scoppio della bolla di internet, è stata ben lieta di farsi finanziare con 32 milioni di dollari, con i quali Naspers ha comprato il 34% di Tencent.

Negli ultimi anni la Cina si è lanciata in una corsa allo sviluppo tecnologico e Tencent è diventata una delle aziende più importanti, con una capitalizzazione di circa 400 miliardi. Così oggi, a 18 anni di distanza, quell’investimento fatto da Naspers vale circa 130 miliardi. Da 34 milioni a 130 miliardi: probabilmente il miglior rendimento di tutti i tempi. E Naspers continua a detenere circa un terzo di Tencent.


Questi sudafricani sembrano particolarmente diabolici quando si tratta di investire in aziende tecnologiche nei paesi emergenti. Così ad esempio, nel 2012 hanno investito circa 600 milioni in Flipkart, la più grande piattaforma di e-commerce in India, rivendendo il tutto l’anno scorso al colosso americano Walmart per 2,2 miliardi. Mica male.


Nel 2007 hanno comprato il 30% di Mail.ru, praticamente il Facebook russo, investendo 165 milioni che oggi valgono 1,5 miliardi.

Poi, Naspers possiede PayU, praticamente l’azienda fintech utilizzata tipo PayPal in India e altre parti del mondo. Con Letgo sta facendo concorrenza nel mondo a eBay e alle altre piattaforme di compravendita usato. E poi la food delivery, la consegna cibo a domicilio, altro business figlio delle app. I sudaficani hanno investito 66 milioni in iFood, la piattaforma di food delivery brasiliana, e la loro quota oggi vale oltre 500 milioni. Sempre in tema, Naspers è diventata l’anno scorso la principale azionista del colosso tedesco Delivery Hero, che con diversi marchi (tipo Foodora) consegna cibi nelle case di mezzo mondo.


A forza di crescere, grazie ad esempio all’esplosiva rivalutazione della sua quota in Tencent, Naspers è diventata un’azienda troppo ingombrante per la Borsa sudafricana, arrivando a pesare circa il 25% dell’intero listino. Così, pochi giorni fa, con un’operazione di spin off, è nata Prosus, praticamente una costola di Naspers dove sono confluite tutte le partecipazioni in business non africani, da Tencent in giù.

Prosus è stata quotata alla Borsa di Amsterdam. A questo punto è possibile acquistarla facilmente, comprando così, indirettamente, il 30% di Tencent e tante altre partecipazioni interessanti.


Visto che prima si parlava di lungo termine, mi viene in mente il Portafoglio Bianco, quello idealmente per i bambini. Dato che non dobbiamo preoccuparci troppo delle oscillazioni momentanee, mi pare manchi un’asset class che si è sempre comportata bene: le obbligazioni dei paesi emergenti. Negli ultimi 20 anni il loro valore è quintuplicato (praticamente come l’oro).

Che magari, se uno non tiene i soldi sul conto, quando i bambini saranno alti gli sarà rimasto qualcosa.



E quindi, per il Portafoglio Rosso Big Babol compro:


PROSUS, cod. isin NL0013654783, trattata ad Amsterdam (Euronext).


Per il Portafoglio Bianco compro:


Vontobel Fund Emerging Markets Debt B (usd), cod. isin: LU0926439562



Come dicevo prima, 20 anni sembrano tanti. Ma in realtà è un attimo. Figuriamoci allora 10 anni. Già.

Nell’ottobre 2009 usciva il primo numero di Bassa Finanza. A pensarci fa effetto (Dolores è quasi svenuta). In occasione di questo… evento, stiamo lavorando per creare nel sito un archivio con tutte le newslettere pubblicate in questi anni. Sono più di 100, con i report dei F.lli Boscoli e tutti gli altri personaggi...


Allora, a presto.




Giuseppe Cloza

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