FORSE CI RISIAMO





Molta gente crede di pensare, mentre sta solo riordinando i propri pregiudizi.

William James







A volte siamo proprio strani. Ad esempio quando ci si lamenta che non succede niente di particolare. Come fosse una cosa un po’ noiosa e scontata. Dovremmo invece gioirne, e brindare al fatto di aver passato una giornata “normale”, magari con la solita dose di casini e rompimenti di scatole, ma tutto sommato tranquilla. La norma, invece, è che accada qualcosa di brutto. Se tutto fila liscio è un miracolo. Ma in genere non lo si apprezza. Anzi.

La fortuna che non sia successo niente si riesce a percepire per un fugace momento solo quando accanto a te succede un dramma. Per un attimo la consapevolezza di quanto sei fortunato ti illumina. Ma se non fai uno sforzo per mantenerla e alimentarla, dopo poco quella consapevolezza svanisce come un sogno al mattino, rimpiazzata dal solito schema mentale e comportamentale che passiamo tutta la vita a rafforzare ed affinare. Quello che ci porta ad agire per soffrire.

Se si facesse un sondaggio della serie: preferiresti sentirti felice o infelice, leggero o cupo, sereno o in ansia, grato o lamentoso?… presumo che tutti sappiamo quale sarebbe l’esito. Ovvio che tutti vogliamo essere più felici. Almeno così diciamo.

Ma poi, nella realtà di tutti i giorni, sembra che la maggior parte delle persone non riesca proprio a fare a meno di comportarsi all’opposto. Buffo, no? Diventiamo maestri nell’inganno di noi stessi.

Ognuno trovando e costruendo scuse e pretesti.

Spesso sono le convinzioni e i luoghi comuni le cose che utilizziamo per delimitare i confini della nostra esistenza. Si vive in un mondo di certezze che però sono illusorie.

Se una bevanda è etichettata come “senza zucchero” vuol dire che fa bene e non fa ingrassare (anche se è piena di altri dolcificanti); se su una confezione di cibo c’è scritto “senza olio di palma” vuol dire che ne possiamo consumare a volontà (anche se è pieno di sale, conservanti, additivi…). Se ho un po’ di mal di gola prendo subito un chilo di antibiotici e cortisone, che così passa veloce…

A volte non sappiamo assolutamente niente di una cosa ma ci comportiamo come se avessimo conoscenze approfondite e certezze granitiche sul tema.

Ci sono queste convinzioni che diventano luoghi comuni, illusioni che si stratificano nell’inconscio collettivo, dal quale attingiamo in continuazione, automaticamente. E che ci influenza e condiziona il pensiero, le emozioni, le azioni e l’esistenza.


Recentemente è stato fatto un sondaggio. A 12.000 persone sparse in 14 paesi (dal Giappone agli Usa, l’Australia, l’Europa… ) sono state poste 12 domande. Eccone alcune:


1)

Come è cambiata negli ultimi vent’anni la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema (meno di due dollari al giorno)?

A) è quasi raddoppiata

B) è rimasta uguale

C) si è quasi dimezzata


2)

Come è cambiato nell’ultimo secolo il numero annuo di decessi dovuti a calamità naturali?

A) Raddoppiato

B) Più che dimezzato

C) Pressoché invariato


3)

Oggi nel mondo quanti bambini di un anno sono stati vaccinati contro qualche malattia?

A) 20%

B) 50%

C) 80%


4)

Quante persone al mondo hanno accesso all’elettricità?

A) 20%

B) 50%

C) 80%


I ricercatori dicono che se avessero fatto rispondere degli scimpanzé, facendo loro scegliere fra tre banane contrassegnate da A, B o C, nonostante le scelte casuali la statistica avrebbe portato a una media di 4 risposte esatte su 12 (cioè il 33%). Ma gli umani, che hanno risposto pensando, se la sono cavata meglio degli scimpanzé solo nel 10% dei casi. Nell’80% dei casi hanno risposto peggio delle scimmie, totalizzando una media di 2 risposte esatte. Solo uno dei 12.000 intervistati ha risposto correttamente a 11 domande. Nessuno, ripeto: nessuno ha azzeccato tutte le 12 risposte esatte.



Ad esempio, per la domanda n. 1 la risposta corretta è C: la percentuale di popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema, negli ultimi 20 anni si è quasi dimezzata. Non solo: negli ultimi 50 anni è passata dal 50% al 10% di oggi. Chilavrebbemaidetto. Eppure l’immaginario collettivo direbbe il contrario.

Le altre risposte corrette sono: 2=B, 3=C, 4= C.

In pratica il mondo sta migliorando sotto tutti gli aspetti.

Ma chissà perché, alla domanda “Ritieni che nel complesso il mondo stia migliorando, peggiorando o rimanendo uguale?”, la maggior parte degli intervistati in 30 paesi risponde che secondo loro il mondo sta peggiorando. Cosa di cui sembra convinto anche il 75% degli italiani.


Peccato che i fatti dicano il contrario: siamo mediamente più ricchi, più sani, più istruiti; viviamo in condizioni molto migliori, pacifiche e confortevoli rispetto al passato (come ben spiegato anche nell’interessante libro “Factfulness” di Hans Rosling).

Eppure siamo fermamente convinti di no. E quindi ci lamentiamo costantemente. E poi ci preoccupiamo.

Ad esempio, guardando i tiggì uno si convince che il mondo sia un posto sempre più violento, che negli Usa – per dirne una – stiano sempre lì a spararsi e fare stragi. La realtà è che in America le denunce di crimini violenti sono diminuite drasticamente: negli anni ’90 erano 14,5 milioni l’anno e nel 2016 “solo” 9,5 milioni. Rapine, sparatorie, ferimenti, risse… sono diminuite del 30%.

Ma la nostra percezione ci inganna: ci fa vivere nell’illusione del peggioramento, che genera stress e pessimismo. E paura.

Ad esempio in molti hanno paura di prendere un aereo, ma poi si mettono tranquillamente al volante in auto. Il che è piuttosto curioso visto che, dei milioni e milioni di voli di linea in circolazione ogni anno, in media solo lo 0,000025% ha un incidente: in pratica, uno ogni quattro milioni. Per dare un’idea: in tutto il mondo ci sono ogni anno alcune decine di morti per incidente aereo (257 persone nel 2019, 13 nel 2017…), mentre gli incidenti stradali causano 54 milioni di feriti (di cui chissà quanti con danni permanenti) e 1,2 milioni di morti.

Ma in genere quando si va in macchina ci sentiamo più tranquilli…


Che stupefacente meccanismo mentale abbiamo. Spesso uno è l’artefice delle proprie sofferenze.

Primo perché quando le cose vanno bene non lo apprezziamo e anzi continuiamo a lamentarci.

Secondo, perché ci si costruisce un mondo di certezze illusorie, in base a cui compiamo gesti che spesso si rivelano completamente sbagliati e ci danneggiano.


La percezione ingannevole, i meccanismi mentali che generano stress, pessimismo e paure funzionano anche quando siamo alle prese con gli investimenti.

Ad esempio, dato che le Borse tutto sommato stanno salendo da anni, molte persone hanno trovato il modo di… lamentarsene.

Ormai funziona così: quando Zio Nino da Trapani – detto Trapanino - investe in uno dei titoli dei Portafogli Colorati di Bassa Finanza, se dopo un paio di giorni il valore non è più o meno raddoppiato, comincia a mugugnare. Dopo una settimana, se non siamo a +180%, mi chiama e con tono un po’ infastidito chiede spiegazioni di questa deludente performance.

Dato che nei Portafogli di Bassa Finanza ci sono un paio di titoli comprati a metà dicembre che non sono ancora saliti (anzi perdono leggermente!... ) non oso immaginare quante saranno le persone deluse come Zio Nino.

E naturalmente lui non fa in tempo a smettere di lamentarsi perché i titoli non salgono abbastanza, che poi inizia a lamentarsi quando scendono. Un flusso continuo di mugugni.


Poi c’è l’obbligazionario, che per definizione non può mai scendere. Almeno questa è la granitica convinzione di molti. Così, appena i tuoi bond scendono dell’1,5% per un po’ di pressione inflazionistica, subito vieni guardato storto: “Ma come? Non eri il guru?...”

Già, l’inflazione. In questi giorni se ne parla: pare che qualcuno nel mondo si stia accorgendo che a forza di creare soldi dal nulla, questi perderanno rapidamente valore.

Come diceva Ugo Tognazzi con la sua ironia:

“Inflazione significa essere povero con tanti soldi in tasca”.


Non che sia una novità. Anzi, pare che questo sia il lavoro principale delle Banche Centrali. Ad esempio, dal 1913 (da quando è stata creata la Federal Reserve negli Usa) a oggi il dollaro ha perso il 95% del suo potere d’acquisto. Cioè, con 100 dollari oggi si può comprare solo il 5% delle cose che si potevano acquistare allora. Dal 1984 a oggi il dollaro ha perso il 61% del valore. Dal 2008 ha perso quasi il 20%: i 100 dollari (o euro) che hai tenuto in tasca, sotto il materasso o sul conto corrente a tasso zero dal 2008, oggi hanno perso il 20%.

In questi giorni i mercati pare si siano destati, accorgendosi che forse i trilioni creati dalle banche centrali negli ultimi mesi causa pandemia potrebbero generare inflazione (il che potrebbe essere un effetto collaterale accettabile, se quei soldi servissero davvero a sostenere le economie e le famiglie in crisi…). I campanelli d’allarme hanno cominciato a suonare: prevedendo un calo del valore del denaro, i prezzi hanno cominciato a salire.

Il petrolio si è ringalluzzito, come le materie prime agricole. Il prezzo del rame (molto sensibile alle aspettative di inflazione) è schizzato dell’80% rispetto ai minimi del marzo scorso.

Pare che il mercato stia pensando che la politica monetaria accomodante (cioè la continua creazione di soldi), unita alla politica dei tassi a zero (che rende facile prendere a prestito e far circolare i soldi) siano un mix esplosivo inflattivo che potrebbe avere come detonatore una ripresa dell’economia post pandemia.

Così, immaginando che i soldi potrebbero valere di meno in futuro, al mercato ora non piacciono tanto i bond, dato che pagano un ammontare fisso, che si svaluterà. Quindi i bond vengono venduti e il loro prezzo scende.

Ma nelle obbligazioni, quando il prezzo scende, contemporaneamente il rendimento sale (solo per chi le acquista dopo la discesa dei prezzi, ovviamente).


Questo meccanismo è totalmente inconcepibile per la signora Pina e sua figlia Selvaggia, la cui certezza è che le obbligazioni non scendono mai. Così, dopo che i loro bond sono scesi dell’1,5% e dopo che il consulente della banca Traballa gli ha detto che i rendimenti sono in crescita, loro vengono da me infuriate, mi guardano come un cretino e mi dicono che alla Banca Traballa sono molto più bravi e come mai i bond che gli avevo suggerito io stanno scendendo...

Non ce la posso fare. Ho cercato di spiegare questo e altri concetti nel libro Bassa Finanza, sforzandomi di renderli comprensibili anche per Selvaggia e sua madre. Ma mi rendo conto che leggere un libro è un’attività più faticosa che leggere un post su Facebook…


Nel frattempo, i bond che scendono e fanno alzare i rendimenti fanno diventare meno appetibili i dividendi delle azioni.

Quando i bond rendono zero e le azioni pagano un dividendo, diciamo ad esempio del 2%, il mercato preferisce le azioni. Ma se i bond forniscono lo stesso rendimento dei dividendi azionari, allora il mercato, nel breve, diventa indeciso. Dico nel breve, perché alla lunga se c’è svalutazione è meglio avere azioni, che anche se pagano poco di dividendi possono almeno salire di valore. Ma nel frattempo i mercati si agitano un po’ perché pensano che, se l’economia riparte e l’inflazione cresce, le banche centrali potrebbero un giorno rialzare i tassi di interesse per placare un po’ la circolazione di denaro.

La cosa li preoccupa, perché ormai ci sono un sacco di aziende iper indebitate che stanno a galla solo perché i tassi di interesse sono bassissimi, e probabilmente fallirebbero se dovessero pagare interessi più alti sul loro debito.

Ecco che aumentano il nervosismo e la confusione: i bond scendono, le azioni scendono. Specialmente quelle tecnologiche, sia perché erano salite moltissimo (aiutate anche dai lockdown, smart working etc.) e quindi sono le prime a essere vendute. Ma anche perché c’è chi fa la cosiddetta rotazione settoriale: vende i titoli di un certo settore per posizionarsi su un altro, magari ritenuto più prudente o più adatto al momento. Ad esempio, si vende high tech e si compra industria, pensando che se la pandemia passa ci sarà una ripresa economica (e quindi dell’industria) e un calo nell’utilizzo di tecnologie (ad esempio meno smart working).

E poi scende anche il gold. Ora che le obbligazioni sono scese e quindi rendono un po’ di più, c’è qualcuno che dice “l’oro non dà nessun rendimento” e pensa che sia meglio venderlo per tornare sui bond…

Come sempre, ci sono momenti di confusione dove tutto sale o tutto scende, mettendo a dura prova le convinzioni granitiche di qualcuno che pensa che sui mercati le cose debbano sempre andare come da manuale.


In periodi come questo, la cosa più importante da fare secondo me è… darsi pace. Darsi una calmata e pensare ad altro. Se uno non ha un portafoglio pieno di prodotti orrendi e super costosi, se uno ha un ragionevole bilanciamento del rischio e non si fa prendere né dall’avidità né dall’agitazione… deve solo stare tranquillo e aspettare.

Quindi, per quanto mi riguarda, metterò in lockdown telefonico la signora Pina, Selvaggia, Bottavio… con le loro ansie e lamentele.

Lo dico sempre: se uno si agita e si stressa per i saliscendi del portafoglio è meglio se compra un Buono Postale. Ne guadagna in qualità della vita. Che senso ha stare in ansia per un +/- 5%?


In tutta questa confusione, quello che mi preoccupa di più però è un’altra cosa. Quella che porta a chiederti: “Ci risiamo?”.

Ci risiamo con gli eccessi, con la bolla speculativa, con l’eccitazione che serpeggia fra la gente? Ci risiamo, come ai tempi della mega bolla tecnologica del 2000 dove c’era gente che smetteva di lavorare perché tanto guadagnava di più comprando qualche azione, purché il nome finisse con ".com"?

Oggi stanno aumentando sempre più quelli che invece di giocare al Bingo o Poker online, trovano più figo scommettere su azioni "sicure" che salgono e basta, come Tesla per esempio. Sono lì che smanettano sugli smartphone come fosse il giochino figo del momento. Il tutto ovviamente velocizzato e amplificato dai social dove ci sono aspiranti guru e profeti di Borsa che hanno un numero enorme di followers pronti a giocare.

Dopo le scorrerie su Reddit, con milioni di novelli speculatori all'assalto dei titoli del momento, l’altro giorno in Usa è stato quotato un etf che mi pare il segno dei tempi. Si chiama VanEck Social Sentiment e investe in un indice che comprende i titoli più amati dai social. I titoli caldi, quelli di moda, quelli di cui si parla… Forse ci risiamo.


Ieri ho notato con orrore che il portafoglio curato da Padre Graziano (il tesoriere dell’Opera Pia Immacolata Addolorata, che gestisce i lasciti delle pie vecchine) è pieno di cose che vanno di moda, molto social. La Bella Figheira, la sua consulente Private ialuronica con tacco 15, seguendo il trend, lo ha riempito di fondi che investono nei titoli e nei settori più fighi del momento. Dalle tecnologie di cui non potremo fare a meno, alle energie alternative, alle azioni “sustainable”, con il bollino green che ora va molto di moda. Il report che gli consegna la Bella Figheira è opportunamente di un bel verde patinato con tante foglioline.

Non che ci sia niente di male. Ma il problema è quando tutti investono nelle stesse cose. Per un po’ (anche per parecchio tempo) ovviamente salgono. Solo che, quando tutti hanno comprato, e non c’è quindi più nessuno che compra, il prezzo non può più salire. Allora comincia a scendere. E succedono due cose.

La prima è che gli ultimi ad aver comprato vanno subito in perdita. Si impauriscono e vendono. Il che fa aumentare la volatilità, e i prezzi cominciano a oscillare più violentemente.

La seconda cosa che succede è che molti di quelli eccitati dai trend del momento (gasati anche dalle chiacchiere dei guru) pensano che la discesa sia un’ottima opportunità per comprare a prezzi migliori. Questi flussi in acquisto creano un rimbalzo momentaneo che li gasa ancora di più. Sentendosi very smart, continuano a comprare via via che perdono. Poi però gli viene qualche dubbio. Poi finiscono i soldi e smettono di comprare. Solo che il mercato non ha finito di scendere. Anzi, scende di più perché nessuno compra. Allora vendono tutto. E la volatilità aumenta ancora.


Così, mentre Bottavio mi chiama, lamentandosi che se avesse investito tutto in Bitcoin ora sarebbe ricco, mi viene da pensare che forse ci risiamo.

Il mercato sta formando un top, spinto anche dall’eccitazione della gente. Se si guarda ai collocamenti azionari (Ipo, Initial public offering) come indice dell’eccitazione, si vede che siamo a buon punto. Nel 2020 la performance media dei titoli collocati è stata del +37% nel primo giorno di contrattazioni. Ma forse c’è ancora spazio, perché nel 1999, al top della bolla tecnologica, la performance nel primo giorno di Ipo era in media superiore al 100%. Con picchi del 3/400%. Compravi un titolo azionario nel primo giorno di contrattazioni e come minimo raddoppiavi il capitale in poche ore. Una cosa sostenibile. Poi, nei tre anni successivi il Nasdaq ha perso l’80%. Chilavrebbemaidetto.


Bisogna stare attenti alle certezze granitiche. Ad esempio, all’epoca c’era la convinzione che certi titoli fossero indistruttibili (aziende come General Electric o Pfizer) o sarebbero saliti per sempre, dato che rappresentavano tecnologie fighissime che cambiavano la vita (Cisco Systems, Microsoft…). Solo che, quando dal trend up si passa al down, succede che anche le certezze si sgretolano. General Electric scese del 63% e non si è mai più ripresa; Pfizer del 48% e ci ha messo anni per tornare in pari. Cisco e Microsoft crollarono dell’89% e 64% e ci hanno messo lustri per rivedere la luce. Anche se era vero che queste ultime rappresentavano tecnologie fighissime e rivoluzionarie (o disruptive, come dice oggi la Figheira).


D’altronde al momento non è che ci siano alternative particolari alle azioni, per cui la bolla continua ad essere gonfiata.

Il fatto è che può volerci ancora un sacco di tempo per raggiungere il top.

E il problema è che non è semplice riconoscere una delle tante correzioni (tipo -10%), tipiche di un trend rialzista, e distinguerla dall’inizio del vero periodo down.

Anche perché, bisognerebbe ricordare che gli indici di Borsa sono saliti quasi ininterrottamente negli ultimi 12 mesi. Dai minimi del marzo scorso l'indice S&P 500 ha fatto +65%, il Nasdaq +85%, il Ftse Mib (Borsa italiana) +50%...

Solo i guru del giorno possono pensare che questo sia un trend sostenibile senza pause e ritracciamenti.


E allora che si fa?

Lo so, lo so: bisognerebbe vendere subito prima che scenda, poi aspettare un po’ al sicuro e dopo che è sceso ricomprare subito prima che risalga.

Zio Nino è inflessibile su questo e non capisce come mai io mi ostini a non guidarlo in questo semplice percorso. Sennò – dice lui – che ci sto a fare?

Ma al di là delle illusioni, come dice un bravo investitore americano:


“Per chi ha dei soldi da parte, questo è il peggior momento della storia degli ultimi secoli per cercare di avere un rendimento sicuro.”


Non è un discorso esagerato. Basta pensare che i tassi di interesse di oggi sono i più bassi degli ultimi 5.000 (cinquemila) anni. In pratica, nella storia dell’umanità - dalla Mesopotamia, dai tempi dei Sumeri, Assiri e Babilonesi - non si era mai avuto un periodo con tassi così bassi:




Naturalmente non la pensano così i consulenti della Banca Traballa o la Bella Figheira del Private banking: loro hanno sempre una soluzione pronta per tutte le esigenze. Specialmente quando la signora Pina si presenta da loro dicendo che si accontenta di avere un “4% annuo ma senza rischi”…


Per quanto mi riguarda la risposta al fatidico “E ora che si fa?” è quella di cercare di costruire un portafoglio che possa affrontare un po’ tutti gli scenari. Ci sono i titoli tecnologici ma anche quelli più industriali. Ci sono titoli di aziende leader, che anche se arriva l’inflazione non ne risentiranno più di tanto, perché possono tranquillamente aumentare i prezzi di conseguenza. E poi titoli cinesi, un mercato in grande sviluppo. Ci sono anche titoli dei cosiddetti “beni reali”, come Cbre, nel settore immobiliare; e poi il gold e il silver. Da qualche mese ormai abbiamo anche un po’ di Bitcoin, che qualcuno chiama “l’oro digitale”. Abbiamo anche un po’ di bond in portafoglio: obbligazioni iper tranquille (Nordea), obbligazioni green (Mirova) e bond dei mercati emergenti (Candriam).

Per alcuni titoli sono presenti gli stop loss e i trailing stop, a proteggere i guadagni ed evitare perdite catastrofiche con livelli di uscita preimpostati.

Naturalmente, perché un portafoglio possa funzionare è necessario che le singole posizioni abbiano un peso ragionevole e non troppo sbilanciato. Inoltre, la rischiosità complessiva deve essere tarata in base alle esigenze e alla tolleranza al rischio del singolo. Si scende però nella consulenza personalizzata, cosa di cui ovviamente a Bassa Finanza non ci occupiamo.


Con i cali recenti sono scattati tre trailing stop (due in guadagno e uno in perdita): li trovate nei Portafogli Colorati, che sono stati aggiornati.

Ricordo che per alcuni titoli sono stati eliminati gli stop loss. Sono quelle aziende leader in vari settori (da Microsoft a Visa, da Nestlé a Coca Cola…) che penso abbiano una posizione dominante e grande profittabilità anche in futuro. Sono titoli che nel lungo termine hanno sempre dato ottimi risultati. E non voglio che la volatilità del momento (come successo nel marzo scorso) me li porti via. Tutto ciò implica naturalmente l’essere disposti a vedere dei segni “meno” anche per lunghi periodi.

Mantenere un grande investimento nel lungo termine non è difficile dal punto di vista tecnico, ma da quello emozionale.

Ma, se ne va della qualità della vita, bisognerebbe semplicemente lasciar perdere. Gli investimenti dovrebbero essere un mezzo per arrivare a vivere meglio e non una tortura che rovina le giornate. Diamoci pace.


Oggi non compro niente. Non vorrei che, se non sale entro tre giorni, Zio Nino da Trapani ricominciasse a martellarmi. Anzi, a trapanarmi i timpani.


A presto.




Giuseppe Cloza








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