NIENTE RIMPIANTI


Qattara Depression, Siwa Desert, Egypt- Photo ®USGS Unsplash



Voi vedete e giudicate il presente con gli occhi del passato e ne ricavate una visione totalmente distorta. Eckhart Tolle

Ognuno ha un piano, finché non prende un pugno in faccia. Myke Tyson




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La maggior parte delle persone, se ci si pensa, passa metà della vita a lamentarsi di qualcosa o di qualcuno. E l’altra metà a rimpiangere qualcos’altro. Non è un bel vivere. Questa vita è così breve e complicata che a volte sembra un sogno dentro un sogno, quando ti risvegli un po’ confuso… e solo dopo un po’ ti rendi conto di quanta ne è già passata, sfrecciata via come un cavallo al galoppo visto da una finestra, che in un attimo sparisce dal campo visivo. Eppure sembra non ci sia niente da fare: ci si ingegna continuamente per creare occasioni di rimpianto, perdendo tempo prezioso in domande, faccende e dibattiti inutili. Mentre lamentarsi diventa un’abitudine, o forse è meglio dire una droga, di cui non si riesce a fare a meno.

Tutto questo forse perché continuiamo ostinatamente a cercare (o aspettare) le condizioni ideali che secondo noi ci faranno stare bene. Sarò felice se… Sarò felice quando… Ma è una pura illusione, una trappola in cui continuiamo a cadere cento e mille volte rifiutando di imparare, di ascoltare quel sussurro interiore che ti dice che è una fregatura, che la vita non funziona così. Non vogliamo ascoltare questa voce, e invece ascoltiamo quella che ci frega e ci porta a soffrire.

La vita ci passa accanto con la sua meraviglia mentre stiamo guardando da un’altra parte, in cerca di qualcosa che non esiste. Mentre sei perso a lamentarti di qualcosa, di qualcuno, mentre ti chiedi perché proprio a te, e poi voglio questo e voglio quello… E se lo avessi sarei sicuramente più felice, e se raggiungessi quel traguardo allora sarei a posto. Ma che strano, sembra che il traguardo si sposti sempre un po’ più in là mentre lo inseguo…

In pratica, è un accanimento. Si passa la vita ad accanirsi per raggiungere o mantenere qualcosa, senza pensare che tutta questa ostinazione ha degli effetti collaterali: ottieni una cosa e ne perdi un’altra. Come l’eccesso di farmaci, che mentre ti guariscono da una cosa rischiano di farti ammalare per un’altra, impedendo al corpo di ritrovare naturalmente un equilibrio.

Allora, che si fa? Per non avere rimpianti bisognerebbe imparare che a volte è necessario farsi da parte. Semplicemente, non puoi avere tutto sotto controllo. Il che non significa vivere rassegnati. C’è una bella differenza fra rassegnazione e accettazione. Farsi da parte significa smettere di voler controllare tutto. Significa lasciare andare. In fondo abbiamo spesso la pretesa di voler essere felici, ma solo alle nostre condizioni. Non siamo disposti ad accettare quello che viene, a dargli un senso. Così ci perdiamo per strada un sacco di cose.

Allo stesso modo sarebbe bello smettere di pensare che saremo felici quando i mercati andranno bene. Non è garantito affatto che tu starai meglio con le Borse che salgono. D’altra parte, in periodi come questo è facile farsi travolgere dalle emozioni negative: la pandemia, la guerra, il gas, il clima, le bollette che salgono, i mercati che scendono… cataclismi, catastrofi, facce cupe. C’è una cappa oscura nell’aria, un senso di inadeguatezza, incertezza, inutilità.

Ci facciamo fregare dalla tendenza a proiettare nel futuro il momento attuale: così se oggi è un periodo difficile ci sentiamo immersi in un’ombra oscura, convinti che sarà sempre così. Se viviamo in balia di queste forze avremo dei rimpianti, sballottati come fuscelli al vento, mentre la vita passa e non torna. Non ti aspetta.

Ma troppo presi a lamentarci, assordati dai ruggiti degli eventi e dal nostro stesso borbottio interiore, non ascoltiamo. Non vogliamo mai ascoltare. O in genere lo facciamo solo quando abbiamo paura. Ma spesso a quel punto è troppo tardi. Bisognerebbe cercare un ancoraggio, dentro. Cercare di essere più profondi. Per vedere le cose per quello che sono e non per quello che vogliamo credere. Farsi da parte, appunto, invece di cercare ostinatamente di modificare la realtà, lamentandosene in continuazione. In questo modo puoi distaccarti dal groviglio di cose e faccende e problemi; innalzarti un po’, dove i rumori delle turbolenze arrivano attutiti. Quando riesci a dare un valore e un senso compiuto a quello che fai, a quello che ti accade, senti un risveglio che ti tranquillizza e scioglie ogni amarezza, ogni rimpianto.


Ho cercato di spiegare queste cose a Bottavio, che ormai da mesi geme quando guarda i segni rossi nel portafoglio. Ma lui non mi ascolta. È troppo impegnato con l’Assistente digitale. Non so se è capitato anche a voi che, quando chiamate un numero per informazioni (sulla bolletta, sulla mancata consegna di una raccomandata…), ormai non risponde più un umano al telefono, ma ci si imbatte nell’Assistente Digitale. Che poi, con tutte le faccende sulla parità di genere ecc., non sanno più che identità dargli. Per cui chiami il numero verde e ti risponde una voce robotica suadente e asessuata: “Ciao sono Samantoh, il/la tuao assistente digitale…”

A quel punto sei fottuto.

“… Dimmi di cosa hai bisogno e io ti aiuterò a perdere tempo e a non risolvere una mazza…”

Dopodiché, qualunque cosa tu dica, lui/lei risponde sempre: “Scusa? Non ho capito”.

Alla terza volta hai anche la sensazione che la voce robotica sia leggermente incavolata. E in effetti poi riattacca. E devi ricominciare da capo: “Ciao, sono Samantoh…”

È questa figata dell’intelligenza artificiale che ora piace tanto alle aziende, che risparmiano tanti bei soldini. Temo che ormai gli operatori di call center siano una specie in via di estinzione, stritolati dalla concorrenza con gli Assistenti Digitali, che avrà avuto anche un effetto ribassista sulla paga. Immagino che gli umani li paghino due euro lordi l’ora o giù di lì, dato che ormai, quando riesco a trovarne uno che risponde, si sentono sempre dei rumori di sottofondo da cui si evince che mentre ti parlano delle tue bollette, loro sono a casa a cucinare, o alle prese coi figli piccoli, o a fare un altro lavoro…

E la competizione data dalle figate digitali, che tanto fa risparmiare le aziende, mi pare abbia anche l’effetto di disincentivare gli investimenti in formazione, per cui ormai è quasi matematico che se chiami tre volte un call center con umani, loro ti daranno tre risposte diverse, di cui tre inutili. Ti ci vuole la quarta telefonata per fare una media e indovinare la soluzione al tuo problema. Sempre meglio dell’assistente digitale che si offende e riattacca.

Ma pare che questo sia un trend inarrestabile. Ormai se compri un’auto nuova devi fare un corso di programmazione software solo per mettere in moto. Certo, sarà anche fighissimo avere l’auto iper connessa con tutti i satelliti che ti guardano e ti dicono anche i limiti di velocità per ogni tratto che percorri, ma si può star tranquilli che un giorno sarà la macchina stessa a comunicare direttamente l’infrazione alla polizia connessa in wi-fi, e così ti arriva direttamente la multa.

Intendiamoci, la tecnologia ha ovviamente un sacco di applicazioni fantastiche (penso ad esempio alla medicina, alla diagnostica), solo che l’algoritmo ha la fastidiosa tendenza a infiltrarsi nella tua esistenza e farsi gli affari tuoi. Lo nascondono nelle cose apparentemente innocue, così la gente si distrae e non ci pensa.

Ad esempio, Amazon ha appena comprato un’azienda che si chiama iRobot e produce un aspirapolvere robot chiamato Roomba. L’ha pagata 1,7 miliardi di dollari. Mica noccioline. Ma come mai, qualcuno potrebbe chiedersi, Amazon spende tanti soldi per un elettrodomestico? Semplice, risponderebbe qualcun altro, perché l’aspirapolvere Roomba è in realtà un sofisticato computer dotato di sensori e telecamere, capace di fare una mappa dettagliata della tua casa, con tanto di dettagli di mobili e oggetti. Quindi, in pratica, si tratta di una miniera di nostri dati privati. Così, quando dirai ad Alexa (l’assistente digitale di Amazon) di accendere il forno per preparare la cenetta romantica, lei – che ha già “parlato” con Roomba che ti spolvera il pavimento - ti risponderà che la tua cucina si vede che è troppo vecchia, il forno lo devi cambiare (e se vuoi, Amazon te lo manda nuovo in giornata) e il vino che hai scelto fa schifo, per non parlare dei tuoi calzini bianchi corti sui mocassini.

Ho la sensazione che tutto lo sboom tecnologico degli ultimi mesi, con il Nasdaq a -30% e un sacco di aziende che ieri sembrava dovessero cambiare il mondo e ora stanno a -70%, non abbia a che fare solo con le dinamiche dei mercati, ma anche con una sorta di saturazione collettiva. Che non se ne poteva più. Ma forse è solo una mia idea un po’ ingenua…


Beh, a proposito di mercati. Dove siamo? E ora che si fa?


Non so voi, ma a me pare ci sia una gran confusione in giro, che uno rischia di perdersi. Come diceva un giornalista (Edward R. Murrow):

“Se uno non si sente confuso è perché in realtà non ha ben compreso la situazione.”

È difficile vederci chiaro quando sei sommerso dagli eventi che si susseguono. Specialmente quando ci sono i mantra che rimbombano nelle orecchie, come una nenia che ti avvolge. Prima era il mantra dei tassi a zero, che sarebbero rimasti bassi per sempre e le azioni che salivano sempre, sia per la crescita economica meravigliosa sia perché non c’erano alternative di investimento. Così ti eri appena assuefatto a questi concetti, quando è cambiato tutto. Ora il mantra è che i tassi saliranno per sempre, l’economia farà schifo e le azioni continueranno a crollare. E probabilmente quando ci saremo assuefatti a questo, tutto cambierà di nuovo.

È difficile vedere l’orizzonte quando sei dentro una turbolenza nuvolosa. Per questo gli unici che conosco a essere in grado di fare investimenti basati sulle previsioni sono i mitici F.lli Boscoli, con il loro strategist giapponese Toshiro Sonamazza. Come noto, loro non sbagliano mai perché usano l’arte del senno di poi. Non previsioni, ma postvisioni.

Tutti gli altri che dispensano previsioni tirano a indovinare. E investire in base ai loro consigli è un po’ come giocare alle corse dei cavalli.

Allora, in tutta questa confusione voglio cercare di riordinare un po’ le idee, mettere le cose in fila, per condividere con voi quel (poco) che mi pare di aver capito in questo periodo.


1. Cose (quasi) mai viste.

Prima di tutto, ciò che è successo e che sta succedendo quest’anno è avvenuto solo altre due volte negli ultimi 100 anni o giù di lì. Nel 95% dei casi l’alternanza azioni-obbligazioni ha funzionato. Nel senso che (prendendo i dati a partire dal 1928), quando le azioni salgono le obbligazioni scendono e viceversa, bilanciandosi a vicenda. Per questo motivo, un portafoglio costituito da un mix dei due investimenti (detto appunto “portafoglio bilanciato”) ha quasi sempre funzionato in passato. Dal 1928 il classico portafoglio 60% azioni e 40% obbligazioni ha avuto ben 74 anni con risultati positivi e solo 21 negativi. Ma solo in 5 occasioni il bilanciamento non ha funzionato, nel senso che sono scese sia le azioni che le obbligazioni: nel 1931, 1941, 1969, 2018 e… oggi. E solo in due occasioni il risultato è stato peggiore di -20%: nel 1931 (-27%) e… oggi (al momento -20,5%).

Quest’anno le obbligazioni non solo non hanno protetto i portafogli ma li hanno letteralmente affondati, come ha scoperto la signora Pina, che è finita in rianimazione dopo aver visto i risultati dei suoi Btp…

Anche per i bond corporate (aziendali) è stato un disastro. In particolare, quelli considerati “sicuri” (i cosiddetti investment grade, rappresentati qui da un etf) hanno avuto un tracollo da inizio anno:


Anche i bond emessi dalle aziende più solide al mondo (come la Apple) sono stati devastati dall’aumento dei tassi. Qui il bond quarantennale con cedola 2,8% emesso l’anno scorso da Apple, e che allora tutti si strappavano di mano:



Ricostruendo i dati storici relativi ai Treasury bonds (i titoli di stato Usa), è stato calcolato che questo è il peggior anno dal 1788. Cioè negli ultimi 234 anni. Niente male.

Come detto altre volte qui su Bassa Finanza, alla fine del 2020 c’erano nel mondo 18,7 trilioni (migliaia di miliardi) di bond in circolazione con un interesse negativo (e il Treasury decennale rendeva poco più dello 0,5% contro il 4% di oggi). Il che rappresenta il livello estremo, il più basso negli ultimi 5.000 anni (dai tempi dei Sumeri). E dato che esiste un rapporto inverso fra il rendimento di un’obbligazione e il suo prezzo, si potrebbe dire che ai rendimenti estremamente bassi corrisponde un top nei prezzi dei bond come non si erano visti in 5.000 anni. In pratica, sembrerebbe proprio esplosa una mega bolla millenaria. Roba da stare tranquilli.


2. Scarseggiano i ripari.

Il problema è che quest’anno, oltre al collasso dei bond e di molte azioni tecnologiche (con il Nasdaq a -30% da inizio anno) abbiamo anche il bear market (il mercato ribassista) praticamente in tutte le Borse: della serie, non c’è riparo. L’indice Dow Global è costituito da 150 fra le più importanti aziende (le cosiddette blue chips) di tutto il mondo: Usa, Europa, Giappone, Cina, Paesi emergenti. In pratica è rappresentativo di circa il 95% delle Borse mondiali. Ecco com’è andato negli ultimi mesi:


Riepilogando:


per le Borse è stata, per adesso, la peggior annata negli ultimi 50 anni;


per i bond (rappresentati dai Treasury Usa) la peggior annata dal 1788;


per i portafogli bilanciati con un mix 60/40 (azioni 60% - bond 40%), al momento è la peggior annata dal 1931:


Comunque la si giri, letteralmente erano secoli che non si vedeva un mercato così…


3. Intanto il Superdollaro…

Qui sotto l’andamento del valore del dollaro Usa rispetto a un paniere delle valute più importanti (il Dollar Index, in blu), a confronto con borse (azzurro) e bond corporate (viola). Il dollaro sale (a livelli che non si vedevano dal 2002) e tutto il resto scende:




Fino a pochi mesi fa le banche centrali, che tipicamente non azzeccano una (in particolare la Federal Reserve), ci dicevano che l’inflazione era una cosetta transitoria. Poi, come diceva Mike Tyson, gli è arrivato un destro in faccia, e in preda al panico hanno cambiato i loro piani e iniziato ad alzare i tassi di interesse a tutto spiano. Questo ha reso il dollaro molto appetibile, in quanto i tranquilli e sicuri Treasury bonds (i Btp americani) hanno cominciato a presentare rendimenti interessanti. Basti pensare che un Treasury a 1 anno rende il 4,5%. Quindi con i cali e i crolli in corso, mezzo mondo ha cominciato a comprare Treasury in dollari per cercare un riparo. I mega investitori vendono azioni e bond lunghi e parcheggiano i loro miliardi sui Treasury brevi (che rendono proprio bene): scendono Borse e bond e sale il dollaro, perché la maggior richiesta ne fa aumentare il valore.

E quindi?

E quindi questo ha alcuni “simpatici” effetti.

Bisogna ricordare che oggi circa la metà dei prestiti internazionali (quindi del debito) è prezzata in dollari. E quasi la metà dei commerci internazionali si svolge in dollari. E quasi tutte le materie prime sono denominate in dollari. Il dollaro che sale ha quindi un effetto inflattivo per gli altri paesi. Ad esempio, dato che il petrolio è denominato in dollari, un barile al prezzo di 100 dollari costava 85 euro un anno fa, ma ne costa 101 oggi (perché il dollaro si è rivalutato sull’euro). Quindi, chi deve usare euro per comprare il petrolio (e tante altre merci) si becca un bell’aumento di quasi il 20%. Per questo si dice che il dollaro forte esporta inflazione.

Un dollaro che sale a dismisura aumenta anche il valore del debito. Un debito di 100 dollari un anno fa corrispondeva a 85 euro. Oggi lo stesso debito ammonta a 100 euro. Chi deve usare gli euro per ripagarlo si trova una bella grana. E un sacco di paesi e aziende hanno debiti in dollari. Lo stesso vale per quei paesi (tipicamente i paesi emergenti) che tengono la loro valuta ancorata al dollaro per cercare di mostrare stabilità economica, ma se la loro moneta si rivaluta (per seguire le orme del dollaro) ecco che rimangono stritolati perché ad esempio avranno difficoltà ad esportate le loro merci diventate troppo costose. Così, in passato, è successo che alcuni paesi si sono visti costretti a sganciare la loro valuta locale (come il peso messicano negli anni ’80 o il bath thailandese a fine anni ’90) dal dollaro Usa che saliva troppo. E questo ha creato immediatamente in loco crolli valutari, crolli di Borsa e crisi economica. E anche un bell’effetto domino sui paesi vicini…

In pratica: le banche centrali da anni hanno tenuto i tassi di interesse artificialmente bassi (creando la mega bolla dei bond – cioè del debito - e delle azioni) e “stampato” soldi a più non posso. Questo alla fine ha creato inflazione, che ora loro combattono alzando i tassi. Facendo così scoppiare le bolle, perché come dice Warren Buffett: i tassi di interesse che salgono sono per i prezzi delle azioni come la forza di gravità per una mela… E creando inoltre un super dollaro che rischia di stritolare mezzo mondo. Un buon lavoro davvero. È davvero un mistero il fatto che il mondo continui a pendere dalle labbra di questi “sacerdoti” della finanza.




4. I trilioni e i quadrilioni

In questi mesi gli economisti, i giornalisti, i guru, le Belle Figheire si sprecano in analisi e paragoni con il passato. Sembrano tuti impegnati a calcolare – in base agli eventi precedenti - cosa potrebbe succedere in futuro. Ad esempio, tutti vorrebbero ovviamente capire fra quanto i mercati smetteranno di scendere. I paragoni possono anche essere utili, a patto però che tengano conto di tutti i fattori e gli elementi.

Quello che mi preoccupa è che quando viene fatto un paragone con eventi passati del mercato, parlando ad esempio dei bond, non ho mai sentito dire che rispetto agli anni passati l’indebitamento è aumentato in modo esponenziale.

Oggi si stima che ci siano in circolazione oltre 300 trilioni, cioè 300mila miliardi, di debiti (pubblici e privati). È vero che negli anni il Pil (o Gdp, cioè la ricchezza economica mondiale) è continuamente cresciuto, ma è anche vero che contemporaneamente il debito è cresciuto molto di più. Rispetto agli anni ’50 il Pil mondiale è passato (in valori attuali) dai circa 11 trilioni ai 100 attuali, crescendo quindi di 9 volte. Ma nello stesso periodo il debito è cresciuto di oltre 25 volte. Così, il rapporto debito/pil è triplicato, passando dal 120% di allora al quasi 350% di oggi.



Per non dire dei derivati, che tanto casino hanno creato nel 2008 e oggi sono sempre lì, pronti a scatenare qualche sorpresa. Gli ultimi dati disponibili parlano di un valore globale di circa 600 trilioni di contratti derivati in giro per il mondo. Altre stime, considerando il fatto che molti contratti derivati non sono “visibili” perché fatti al di fuori dei mercati, parlano di un totale che raggiungerebbe 1 quadrilione (cioè 1000 trilioni o, se si preferisce, un milione di miliardi) …

La cosa certa è che dai tempi del 2008 dove tutti i regulators si sperticarono in dichiarazioni severissime per regolamentare i mercati e ridurre gli indebitamenti e l’esposizione ai derivati (deleveraging), non solo non è cambiato una mazza, ma ad esempio, il debito globale, da allora ha continuato a salire imperterrito fino a raddoppiare rispetto ai livelli del 2009. Forse è meglio ripeterlo: il debito globale dal 2009 a oggi è raddoppiato. E i prodotti derivati non sono scesi di un centesimo dai tempi della super bolla speculativa.


5. La buona notizia

La buona notizia è che storicamente i mercati ribassisti, i bear markets, durano in media molto meno di quelli rialzisti (bull markets). Anche perché, come dicono i F.lli Boscoli: “Quando sale si vede, ma quando scende va più veloce di quando sale”. I mercati prendono le scale quando salgono, ma poi vengono giù con l’ascensore.

Analizzando i dati disponibili a partire dal 1940 si vede che i bull market hanno una durata media di 1456 giorni, mentre i bear markets “solo” 353, cioè poco meno di un anno. Naturalmente questa è una media: ci sono state in entrambe i casi durate doppie della media, e quindi non si può escludere che la turbolenza prosegua ancora.

Ad ogni modo, la buona notizia è che la durata di questo bear market si sta avvicinando a quella della media storica. Solo che c’è anche…


6. La cattiva notizia

Oggi sono tutti impegnatissimi a parlare del “bottom” il fondo. Tutti cercano di sapere quando si raggiungerà il fondo. E quindi quando ripartirà la salita dei mercati.

La cattiva notizia è che, a dispetto di quel che possono dire oracoli e guru, non lo sapremo mai. Nel senso che il 99% delle persone scoprirà che il fondo è stato toccato solo molto tempo dopo che il trend è tornato stabilmente rialzista. Il fatto è che a cercare il fondo, il “bottom”, per investire si rischia di farsi male, incappando in una serie di falsi rimbalzi (i cosiddetti bear market rally) che stressano, frustrano e più che altro fanno perdere soldi.


7. Il mercato laterale (?)

Nell’ambito delle possibili cattive notizie, bisogna considerare che dopo lunghi periodi di bolle speculative, quando alla fine scoppiano, i mercati a volte hanno la fastidiosa tendenza a procedere per lunghi periodi con un andamento laterale (il sideway market): un po’ sale, un po’ scende ma alla fine non va da nessuna parte. Come se dovessero prima spurgare gli eccessi e poi riprendersi dalle botte…

Alcuni esempi. Dopo il picco del 1929 il mercato americano, l’indice Dow Jones, scese dell’89% e rimase in fase laterale per 25 anni prima di tornare ai livelli pre-crollo.


Dopo lo scoppio della mega bolla dei titoli tecnologici nel 2000, il Nasdaq precipitò del 78% e poi l’indice ci mise 15 anni di su e giù prima di tornare al livello di partenza.


Alla fine degli anni’80 la Borsa giapponese era in piena bolla speculativa. La banca centrale era da tempo che teneva i tassi di interesse bassissimi (non so se vi ricorda qualcosa). Il denaro facile aveva creato un effetto speculativo per cui le aziende spendevano allegramente senza badare troppo alla sanità dei bilanci (dove l’abbiamo già sentito?); i prezzi degli immobili salivano a livelli stratosferici e l’indice di Borsa semplicemente raddoppiò nei due anni prima del top (non so se vi ricorda qualcosa). A un certo punto, senza preavviso, la bolla scoppiò. Tutti esclamarono “chilavrebbemaidetto” e l’indice Nikkei precipitò del 75%. Ma oggi, dopo 33 anni di un estenuante mercato laterale, il Nikkei è ancora ben lontano dai livelli del 1989.


Anche in Italia, nel nostro piccolo, abbiamo avuto l’indice FtseMib con un picco nel 2000, cui è seguita una lunghissima discesa con rimbalzi e rimbalzoni, ma dopo 22 anni quel livello è ancora molto lontano (dai 50.000 punti del picco ai 22.000 attuali).


Quindi, non è affatto detto che se anche questo benedetto bottom è in arrivo, dopo ci sarà il rimbalzone in stile elastico-rose&fiori-tuttapposto, come i guru vorrebbero. Magari. Purtroppo, a volte, nella storia delle bolle che scoppiano ci sono poi lunghi periodi di “purga” dove i mercati cercano di smaltire gli eccessi prima di ripartire.


E quindi? Ora che si fa?


Cerco di schematizzare, secondo me:


A) Non stare completamente fuori dai mercati. Semplicemente perché nessuno mai ci avvertirà che il ribasso è finito e che si può tornare a investire in pace, senza turbolenze. I mercati non funzionano così, e chi lo pensa (o lo spera) rischia di fare come Zio Nino da Trapani (detto Trapanino) che entra ed esce in base alle news, alle previsioni e al sentiment del momento. E, matematicamente, si trova fuori quando tuto sale e rientra quando tutto inizia a scendere.


B) La cosa più saggia da fare in questi periodi è cercare di sopravvivere. Controllare le posizioni, se ad esempio ci sono esposizioni eccessive e si stanno prendendo troppi rischi. Eventualmente tagliare ciò che va tagliato, anche se in perdita. Non sappiamo se ci saranno ancora tempeste (ma temo di si), quanto dureranno e se saranno semplici acquazzoni o uragani. Sarà impossibile uscirne totalmente indenni: l’importante è con quale tipo di acciacchi ne verremo fuori. Oggi più che mai l’orizzonte temporale è importante. Se in genere la popolazione invecchia, lo stesso trend demografico vale anche per gli investitori. Un conto è avere il portafoglio falcidiato quando hai 40 anni, ma un conto è vedere i tuoi risparmi che si vaporizzano quando ne hai 60. Per questo è ancora più importante mettere la massima cura nel controllare il rischio. Se il portafoglio è ragionevolmente bilanciato e diversificato, non bisognerebbe farsi prendere né dagli attacchi panico, né dagli attacchi di euforia. Tanto meno cedere alla tentazione delle cosiddette “operazioni vendicative”, quelle con cui uno cerca di vendicarsi dei mercati (che l’hanno fatto perdere) e si lancia in acquisti rischiosi per recuperare le perdite.


C) Bisognerebbe approfittare degli sconti, ovviamente selezionando con cura cosa comprare. Il funzionamento della mente è bizzarro. Se qualcuno ci offre un oggetto che avremmo sempre desiderato comprare (ma costava sempre troppo) con uno sconto del 30 o 50%, che facciamo? In genere approfittiamo dell’occasione e ci sentiamo fortunati. Quando invece le azioni dell’azienda che avresti sempre voluto comprare (ma erano sempre troppo care) sono scese del 50% rispetto al picco-bolla di un periodo euforico, ecco che scatta la paralisi. Invece di pensare che comunque è un’occasione, si pensa che il prezzo potrebbe scendere ancora e ci potrebbe essere una catastrofe, la peste, le cavallette… Proiettiamo lo scenario attuale nel futuro e ci convinciamo che sarà sempre così. Nel campo degli investimenti la psicologia sembra funzionare in modo inverso: ci si precipita a comprare quando i prezzi salgono (e più salgono e più ci viene voglia di comprare) e si scappa a gambe levate quando i prezzi scendono. Ma se si compra a prezzi alti diventa poi difficile rimanere investiti e subire le inevitabili oscillazioni, anche se si pensa che quell’azienda sia solida e crescerà parecchio in futuro (e magari si ha pienamente ragione). Chi avesse comprato azioni Amazon nel 1999 al picco della bolla “dot com”, la bolla dei titoli tecnologici, avrebbe poi dovuto sopportare una discesa del 93% e aspettare anni prima di tornare in pari. Chi avesse comprato titoli Apple li avrebbe visti scendere del 79%. E probabilmente quasi tutti avrebbero venduto, prima di poter beneficiare dei rialzi epocali grazie ai quali, i prezzi del 1999, a confronto con gli attuali sono ridicolmente bassi (ad esempio, per Amazon 4 dollari contro 90).


E ora che si fa?


Non ho idea se ci stiamo avvicinando a un punto di svolta nei mercati, se abbiamo raggiunto il famoso “bottom” che tutti vorrebbero e da qui si può solo salire, o se la prossima volta che i banchieri centrali diranno che alzano i tassi di 0,50 invece che 0,75% il mercato andrà nella stratosfera. Bisogna sempre ricordare che i mercati finanziari hanno una tempistica diversa rispetto all’andamento dell’economia reale. I mercati ragionano in anticipo sugli eventi. Quindi può anche darsi che, mentre il peggio per l’economia deve ancora arrivare, il peggio per i mercati potrebbe già essere stato scontato. Naturalmente io non ne ho la certezza, e nessuno la può avere tranne ovviamente la Bella Figheira e Ilario il Funzionario, che dispensano certezze a Padre Graziano e agli altri clienti…


Quello che mi lascia un po’ perplesso è l’aspetto psicologico. Quando si entra nelle tempeste di un bear market in genere ci sono varie fasi psicologiche attraversate dagli investitori. Prima c’è la negazione, dove non si vuole ammettere che il vento è cambiato rispetto al bull market cui si era abituati, e anzi si cerca ogni occasione per comprare sperando che il ribasso sia solo questione di un attimo, e che poi tutto torni a salire come prima. Ma quando il ribasso continua, gli investitori cominciano a perdere le speranze: quei titoli che hanno comprato da poco ai livelli da bolla ora sono già in profondo rosso, e inoltre la situazione economica pesa sui risultati delle aziende, che vedono gli utili ridursi e le prospettive future rabbuiarsi. Il che genera ulteriori preoccupazioni e vendite. Alla fine si arriva alla capitolazione, la fase finale dove gli investitori gettano la spugna e tutto viene venduto indiscriminatamente, come se non ci fosse più un domani. A quel punto nessuno vuole più sentire parlare di azioni, Borse e mercati e possono volerci anni per curare le ferite. Ed è lì che in genere il ciclo si inverte, perché gli investitori che non sono stati massacrati dal bear market (i sopravvissuti) si affacciano alla ricerca di occasioni e saldi da liquidazione. Così, un po’ alla chetichella ripartono gli acquisti e inizia la prima fase di un nuovo bull market, che infatti all’inizio viene chiamato “stealth bull market”, il mercato rialzista invisibile. Di cui la maggior parte delle persone non si accorge nemmeno, perché ormai inorridita e scottata sta guardando altrove.


Mi sbaglierò – lo spero – ma a me non pare che ci sia stata tutta questa disperazione e capitolazione. Anzi, mi pare che sia un continuo desiderio di lanciarsi a comprare come se tutto dovesse ripartire da un momento all’altro… Non è detto che tutti i bear market si debbano svolgere nello stesso modo, ma la natura umana è sempre la stessa e quindi può anche darsi che le cose debbano peggiorare ancora prima di tornare a migliorare. Di sicuro la volatilità non mancherà…


Quindi?


Quindi, mi vengono in mente principalmente due cose da fare.


La prima cosa da fare. Per chi vuole costruire un portafoglio di lungo termine, utilizzando il proprio capitale per investire e NON per speculare, questo può essere un buon momento per iniziare ad approfittare degli sconti che ci sono in giro, per comprare qualche titolo di aziende di primissima qualità, il cui prezzo è sceso più che altro per le ondate di vendite generalizzate e non tanto per motivi specifici legati all’azienda.


Consapevole che naturalmente il prezzo potrà scendere ancora e magari non di poco, ma che comunque questo può essere un buon livello di ingresso.


Ma non mi stancherò mai di ricordare che per comprare sui minimi e vendere sui massimi bisogna rivolgersi ai F.lli Boscoli.


In linea generale, storicamente uno dei settori più solidi è quello dell’healthcare, la salute. Qui il raffronto fra l’indice di Borsa Morgan Stanley Healthcare (in blu, che comprende solo aziende del settore salute), l’indice generale delle borse mondiali dei mercati sviluppati (MSCI World, in giallo) e l’indice che comprende mercati sviluppati ed emergenti (MSCI ACWI, in verde):


Il rendimento dell’indice Healthcare è costantemente migliore degli altri sia in questo grafico a 15 anni, ma anche in periodi più lunghi: dal 1994 a oggi ci sono 3 punti percentuali annui di differenza. Un numero che sembra piccolo, ma che nel lungo termine e con l’interesse composto fa una differenza enorme: praticamente raddoppia il risultato finale. Il tutto è stato ottenuto con una volatilità più bassa e con un drawdown (l’escursione massima da picco a valle nelle fasi di ribasso) molto minore. Ad esempio, nel periodo 2007-2009 (con le tempeste estreme dei crolli del 2008) l’indice Healthcare ebbe un drawdown di -38% contro il -58% degli altri due indici. Se si guarda solo al 2008, l’Healthcare perse il 21%, contro il -40% medio degli altri. Negli ultimi 12 mesi l’Healthcare perde il 9% contro il -20% degli altri.

Penso anche che, con lo stile di vita che abbiamo, lo stress, l’alimentazione, l’inquinamento etc. il settore della salute sia purtroppo uno di quei settori con un futuro… radioso. Un settore di cui tutti abbiamo bisogno, indipendentemente da come va l’economia.

Per questo potrebbe valer la pena di approfittare di qualche sconto che i ribassi ci hanno portato.


Un titolo interessante potrebbe essere Resmed, l’azienda leader nelle cosiddette Cpap (Continuous positive airways pressure) le apparecchiature per chi soffre di apnee notturne, un problema molto più diffuso di quanto si pensi. È una condizione in cui la gola tende a chiudersi durante il sonno, interrompendo il respiro: il livello di ossigeno nel corpo si abbassa di colpo mentre sale quello dell’anidride carbonica, assieme alla pressione del sangue. Si rimane così in apnea (e nei casi più gravi si ferma anche il cuore) finché il cervello lancia l’allarme e ci sveglia per poter respirare. Solo che in genere la stanchezza è tale che uno neanche se ne accorge, perché immediatamente si riaddormenta. Questo fenomeno traumatico può verificarsi decine di volte in una notte (e nei casi più gravi anche decine di volte ogni ora). Il che significa che chi soffre di apnee notturne in definitiva dorme per pochi minuti alla volta. Ciò naturalmente mette a repentaglio la qualità della vita, rendendo la persona esausta e nervosa per mancanza di sonno, con conseguenze che possono essere disastrose in campo familiare, lavorativo, ma anche causare incidenti. Da un punto di vista fisico le conseguenze possono essere ancora peggiori. Ci sono vari studi che indicano nelle apnee notturne la causa di molti infarti (38.000 l’anno negli Usa). Inoltre, la mancanza di sonno danneggia i centri della memoria nel cervello, e ci sono studi che collegano la qualità del sonno con lo sviluppo della demenza senile.

Si stima che negli Usa il 26% degli adulti fra i 30 e i 70 anni soffra di questo disturbo (a vari livelli di gravità). In pratica sono 50 milioni solo in America, e quasi 1 miliardo nel mondo. E il “bello” è che la maggior parte di loro neanche lo sa. Negli Usa solo il 20% di chi soffre di apnee moderate o gravi (con oltre 15 apnee di almeno 10 secondi in una notte) usa la Cpap, che in pratica è una mascherina collegata a un piccolo apparecchio che produce un flusso di aria costante che impedisce alla gola di chiudersi. È certamente un po’ scomodo e fastidioso, ma per chi riesce ad adattarvisi la vita cambia sicuramente in meglio.

L’apnea notturna dipende sostanzialmente da un difetto nella conformazione della gola. Sebbene possa interessare anche persone in piena forma fisica, la sua incidenza aumenta con l’obesità e l’età avanzata. Dato che siamo in un mondo che ingrassa a dismisura e tende a invecchiare, ci si può aspettare che il problema aumenti. Per questo penso che posizionarsi su Resmed (azienda Usa leader mondiale con il 40% del fatturato che proviene da fuori Usa) comprando oggi le azioni con uno sconto del 30% rispetto ai massimi sia un’idea fattibile.


Un altro esempio potrebbe essere Abbott Laboratories, una mega azienda attiva principalmente nel campo delle attrezzature mediche e della diagnostica, che vende i suoi prodotti in 160 paesi. Anche Abbott produce cose che ti possono cambiare (o salvare) la vita, come ad esempio una particolare “graffetta” che inserita con una sonda attraverso l’arteria arriva al cuore e, con un intervento di due ore, è in grado di riparare (cucire, mie viene da dire) la valvola mitrale, che regola la circolazione cardiaca. Un altro esempio di ciò che produce la Abbott è un piccolo sensore (delle dimensioni di una monetina) che, se tenuto a contatto con la pelle, monitorizza minuto per minuto il livello di glucosio nel sangue, inviando i valori sullo smartphone. In questo modo chi soffre di diabete può sapere in tempo reale quando intervenire, senza bisogno di bucarsi per misurare il glucosio con la goccia di sangue. Anche Abbott negli ultimi mesi ha perso oltre il 30% in Borsa, il che potrebbe rappresentare un buon punto di ingresso.


Riepilogando:


per il Portafoglio Giallo compro Resmed, trattata al Nyse, cod. isin US7611521078

per il Portafoglio Grigio compro Abbott Laboratories, al Nyse, isin US0028241000


In questo periodo così agitato sono scattati alcuni stop loss e trailing stop: un paio quasi in pareggio (le spezie di McCormick e gli alberi di Rayonier), un paio a -20/25% (la diagnostica di PerkinElmer e la musica di Spotify) e uno con un bel gain di +268% (i processori di Nvidia).

Altri livelli di uscita si stanno avvicinando: in particolare i fondi Pictet Nutrition (dove nel caso si uscirebbe intorno a -20%) e Mfs Prudent Wealth (dove il trailing stop scatta intorno a +20%). Ci sono poi alcune posizioni senza stop loss, perché di lungo termine, o particolarmente speculative, e in alcuni casi approfitto degli sconti attuali. Infine, ho deciso di vendere Keysights Technologies, non perché abbia qualcosa in particolare che non vada, ma semplicemente perché voglio alleggerire un po’ il settore dei tecnologici e ne approfitto ora che è praticamente in pari. Come già visto e confermato più volte negli anni, la gestione del rischio tramite gli stop loss e i trailing stop, per quanto a volte “dolorosa”, alla fine consente sempre di attutire le perdite complessive nei Portafogli. Da inizio anno a oggi ci sono state 17 vendite nei Portafogli Colorati (vedere i dettagli nelle Posizioni Chiuse), per un risultato medio di +16,6%. È vero che la parte da leone la fa Nvidia con il suo +268% che ovviamente alza la media. Ma se anche eliminiamo quel risultato, le altre 16 posizioni vendute avrebbero comunque un risultato medio complessivo leggermente positivo (+0,9%). Il che conferma la validità del metodo di gestione del rischio tramite stop loss e trailing, il cui obiettivo primario è quello di evitare disastri nei Portafogli.


E veniamo all’altra cosa da fare, secondo me.

Bisognerebbe ricordare che l’obiettivo dell’accumulazione del risparmio e quindi degli investimenti dovrebbe essere quello di dare maggior serenità e sicurezza. Per vivere meglio. Troppo spesso invece le persone sono pervase da un senso di ansia e preoccupazione per il futuro quando pensano ai mercati e agli investimenti. La prima cosa è quindi avere un portafoglio adatto a chi sei tu e a ciò di cui hai realmente bisogno. Un portafoglio che non generi ansia. Un portafoglio che una volta controllato, bilanciato e aggiustato ti consenta di farti da parte, smettendo di ossessionarti e lasciando che le cose vadano con i loro tempi. Perché la vita è altro: non certo i mercati finanziari con i loro umori instabili, o le news che vogliono farti preoccupare il più possibile, che così te ne stai lì appiccicato (e loro ti vendono un po’ di pubblicità mentre sei ipnotizzato). La vita è tante, tante altre cose che regolarmente ci perdiamo per strada perché siamo preoccupati e occupati in altro. Dopodiché abbiamo i rimpianti. E non c’è niente di peggio dei rimpianti per dare un sapore amaro a tutto. Specialmente quando il tempo per rimediare vola via veloce.

Se morissi domani, non vorrei aver passato un sacco di tempo davanti al computer a preoccuparmi delle news e dei portafogli. Vorrei aver fatto altro, qualcosa che valga la pena di portare con sé. Niente rimpianti, per favore. Occupiamoci di altro.



A presto.



Giuseppe Cloza




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