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ZEROPENSIERI



Poland - Photo ®USGS Unsplash

Quando sei felice ti passa la voglia di avere ragione.

Motto di Zeropensieri

 

Quando sei in una buca, la prima cosa da fare è smettere di scavare.

Motto di Zeropensieri

 

Cercando bene, si trova sempre un buon motivo per non investire.

Motto di Bottavio








Oggi vorrei parlare delle Sindromi. Cioè quelle cose che affliggono i risparmiatori (noi compresi) e ci fanno commettere un tale numero di errori negli investimenti che alla fine ci aggrovigliamo da soli, come faceva il mitico Mago Houdini quando si incatenava. Solo che lui riusciva a liberarsi, noi in genere rimaniamo incastrati.

Fa parte del nostro incasinamento mentale. In pratica facciamo di tutto per complicarci la vita. A volte sembra che uno si svegli la mattina con l’obiettivo preciso di rovinarsi la giornata. E spesso ci riesce.

A proposito di questo, mi devo scusare per il lungo silenzio, ma sono stato un po’ preso nella scrittura del mio ultimo libro che è appena uscito.

Si intitola “Zeropensieri. 10 passi per tornare a quando il futuro era semplice”.

E inizia così:


“Se siete un po’ come me, avrete anche voi un sacco di pensieri che vi frullano in testa e che vi trascinate dietro dalla mattina alla sera (e spesso anche di notte):

il lavoro, il manager da strozzare, la cena aziendale; poi la famiglia, i figli adolescenti che si comportano tipo la bambina de “L’esorcista” quando le tirano l’acqua santa, il bambino che si ammala solo di sabato quando il pediatra non c’è, e tanto anche se c’era non veniva mica a casa, e l’orda di messaggi da rispondere, con le notifiche che squittiscono anche di notte, le riunioni di condominio, le rate del Suv, e le app da aggiornare e le 97 password da ricordare e i “like” che non aumentano…

Ora, se pensate davvero che questo libro possa aiutarvi, lasciate perdere: sarebbe una delusione. Perché noi in genere non vogliamo cambiare. Voi sì? Cioè, tutti diciamo che vogliamo cambiare, ma in realtà lo vogliamo solo alle nostre condizioni.

Ma vivere bene non sarebbe una cosa complicatissima: basterebbe cercare di azzerare i pensieri inutili, liberarsi il più possibile di questa zavorra. Zeropensieri, appunto. Per tornare a quando il futuro era una cosa semplice…”

 

Spero vi piaccia, e più che altro possa darvi una mano a pensare meno, eliminare un po’ di pensieri inutili e liberarvi di qualche Sindrome (che non ci affliggono solo nel campo degli investimenti, ma in tutti gli aspetti del quotidiano). Il tutto con qualche bella risata.

Lo trovate in tutte le librerie d’Italia e in tutte le piattaforme online, da Amazon in poi


L’altra cosa che mi ha tenuto un po’ impegnato – facendo aumentare i pensieri più del solito – è stata la preparazione del nuovo sito giuseppecloza.com  

Ora, grazie alla creazione del mitico grafico Piero Sisti (che fa anche le copertine dei miei libri), trovate raggruppate in un unico sito tutte le cose che scrivo e pubblico. Compresa una nuova sezione di “Parole e pensieri” in libertà…

Andate a dare un’occhiata. Spero vi piaccia.

Potete anche iscrivervi alla newsletter di giuseppecloza.com per ricevere le novità sui miei libri e tutto il resto.

 

Ma torniamo alle Sindromi dei risparmiatori.

La più nota, dai tempi della Banca Bassotti, è certamente la Sindrome del cliente penitente. È quel fenomeno psicologico per cui, di fronte alla complicazione (e alla noiosità) delle questioni relative a finanza, mercati e investimenti, molte persone cadono in uno stato, di soggezione.

Quando Ilario il Funzionario pontifica illustrando lo scenario macroeconomico, con il Pil la curva dei tassi e i Price/Earning, Bottavio va in catalessi e pur di non fare brutta figura – dimostrando di non aver capito una parola - non chiede niente (neanche domande basic tipo: “A che mi servono questi discorsi?”).

Resta letteralmente folgorato da cotanto sfoggio di sapienza così generosamente dispensata gratis solo per lui, e per non deludere Ilario il Funzionario, lui firma qualunque cosa:

“Non si preoccupi signor Bottavio, firmi qui, qui e qui!, dove ci sono le crocette…”


Quando la Bella Figheira spiega a Padre Graziano, mentendo spudoratamente, che il nuovissimo Fondo RiccTranquil, che garantisce ottimi risultati, avrebbe una commissione di ingresso (cioè un inutile balzello ingiustificato) del 4%, ma per lui e solo per lui la consulente Private si farà in quattro chiedendo autorizzazioni specialissime alla Direzione Suprema per ottenere uno sconto in quanto cliente privilegiato & coccolato… Padre Graziano è talmente felice e grato per tanta generosità che, quando il pensiero di essere preso per i fondelli lo sfiora, si sente subito in colpa e tace, in preda a un desiderio di espiazione penitente (e così non scoprirà mai che la commissione di ingresso può essere tranquillamente azzerata).

In pratica, la Sindrome del Cliente Penitente è una forma di senso di colpa che necessita di una penitenza. Una cosa che funziona sempre, dato che il senso di colpa è una delle più grandi e rivoluzionarie invenzioni nella storia dell’umanità (assieme al fuoco, la ruota, le armi di distruzione di massa e le banche centrali).

Nei casi più gravi ci sono clienti che, pur di non deludere il proprio consulente mannaro, preferiscono continuare a farsi prendere in giro (e farsi prendere un sacco di soldi in commissioni). Cioè, anche se ne sono consapevoli, l’idea di disturbare il ménage è intollerabile e preferiscono continuare a subire.

Il che somiglia parecchio alla Sindrome di Stoccolma, quel misterioso stato psicologico per cui le vittime di un sequestro o di un abuso ripetuto sviluppano un senso di solidarietà e complicità (fino all’innamoramento) verso i propri aguzzini.

La cosa ancora più curiosa è che quando al Cliente Penitente di Stoccolma spieghi per filo e per segno, con dati inoppugnabili, come e quanto viene preso in giro dalla Bella Figheira (che con le commissioni vince sempre la crociera premio), lui si risveglia dal torpore e si arrabbia… ma con te.

Cioè, se ti azzardi a risvegliare un Penitente finisci come il Dr. Frankenstein: crei un mostro che si scaglierà contro di te.

Perché? È un altro curioso stato psicologico e ce lo spiega lo scrittore W. Somerset Maugham:


“È pericoloso far venire il pubblico dietro le quinte. Disillusi si arrabbiano con te, che gli hai sciupato l’illusione che amavano.”

 

All’opposto della Sindrome del Cliente Penitente sta ora prendendo campo anche la Sindrome del Sapientino. Non so se avete presente quelle persone che vanno su Google per capire che malattia hanno. Poi vanno dal medico, gli comunicano la diagnosi e gli dicono anche quali medicine lui deve prescrivere.  

La faccenda si sta allargando anche al mondo degli investimenti. Con il fatto che ora certe informazioni sono facilmente reperibili, in molti pensano che investire sia diventata una cosa facile: basta qualche video tutorial e un po’ di intelligenza artificiale. Ad esempio, Selvaggia - la figlia acidula della signora Pina - ha preso in mano la gestione dei risparmi di famiglia. Che ci vuole? Basta chiedere ad Asimovo (il cugino di Alexa):

“Asimovo!...” lei parla sempre con un piglio un po’ autoritario “trovami un investimento sicuro e tranquillo che renda il 10% e che lo possa vendere quando voglio senza mai perdere”.

Asimovo esegue all’istante e le fornisce il numero di telefono dei F.lli Boscoli, i guru del senno di poi, gli unici in grado di esaudire il desiderio di Selvaggia.

Quando sale si vede. Per non rischiare è sufficiente investire solo in cose che saliranno. Avendo l’accortezza di evitare quelle che scenderanno. E l’intelligenza artificiale ci aiuterà. Semplice.

 

Un’altra Sindrome molto diffusa è quella del Meteo, detta anche Sindrome del Mago Otelma. Si tratta infatti di prevedere il futuro.

Zio Nino da Trapani, detto Trapanino, ne è affetto in modo piuttosto grave. Lui vuole sempre le previsioni. Cosa si prevede oggi sui mercati? Saliranno? Scenderanno? Quali sono i titoli vincenti da qui a un anno? Cosa farà il cambio euro/dollaro? E i tassi di interesse dove andranno?

Purtroppo questa è una sindrome che affligge un’infinità di risparmiatori, che si illudono (o si fanno illudere) che per avere successo negli investimenti bisogna conoscere il futuro e azzeccare il tempismo perfetto. Sono quelli che pensano che per essere un investitore di successo devi essere più bravo degli altri a prevedere il futuro (come il Mago Otelma, appunto).

Ma non è così: gli investitori migliori sono quelli che tagliano le perdite e lasciano correre i guadagni. In genere però viene fatto l’esatto contrario, perché ci si basa su previsioni: si lascia che le perdite diventino disastrose (pensando: “Più di così ormai non può scendere”) e si tagliano i guadagni pensando “Siamo sui massimi, più di così ormai non può salire, quindi vendo”.  

L’idea di poter prevedere l’andamento dei mercati è talmente assurda che se uno si fermasse un attimo a rifletterci gli verrebbe da ridere.

Prima di tutto bisognerebbe rendersi conto della enorme complessità dei mercati, e dell’infinito numero di variabili (economiche, geopolitiche, psicologiche, emotive…) che li possono influenzare in ogni istante. Parliamo di numeri. Anzi di super numeri.

Pare che il numero totale di gocce d’acqua che compongono gli oceani sia 10 elevato alla 45ma potenza, che sarebbe un 1 seguito da 45 zeri (migliaia di miliardi di miliardi di miliardi di...).Gli scienziati, che si divertono un sacco a fare certe cose, hanno calcolato che il numero di atomi di cui è composto l’Universo sia di 10 alla 81, cioè 1 seguito da 81 zeri.

Poi è arrivato un altro scienziato, che doveva avere un sacco di tempo libero, e si è chiesto: “Mmm… Ma quante saranno mai tutte le possibili variabili nel gioco degli scacchi?”

Ha fatto un calcolino, considerando le 64 caselle della scacchiera, le 32 pedine e tutte le mosse e le combinazioni possibili ed è venuto fuori il numero 10 alla 123 .

Cioè: ci sono più variabili possibili in una partita di scacchi che atomi nell’Universo. Matuguarda.

A questo punto ci hanno preso gusto. E qualcuno si è chiesto: “Ma quante mai potranno essere tutte le possibili variabili sui mercati finanziari?”

Così, immagino abbiano preso in considerazione le possibili interazioni fra: i 55.000 titoli azionari quotati nel mondo su 60 Borse, il numero infinito di obbligazioni quotate in giro per il mondo (il mercato globale dei bond ha una capitalizzazione di 133 trilioni di dollari, che già da solo è un numero inquietante), i vari prodotti derivati e del credito, le variabili legate ai cambi e ai tassi di interesse, quelle legate agli eventi geopolitici, il numero enorme di attori sui mercati con le influenze dovute a psicologia ed emotività, l’impatto sempre maggiore del trading computerizzato, con gli algoritmi piranha,  eccetera eccetera…

Alla fine, il numero di possibili variabili che possono impattare su un investimento è 10 alla 950, pari a oltre dieci volte il numero di atomi che compongono l’Universo. Chilavrebbemaidetto.

Ora, se voi avete voglia di star dietro a chi fa le previsioni, di fronte a numeri del genere, vi faccio i miei auguri. Per conto mio passo.

Però capisco che sia difficile liberarsi dalla Sindrome di Otelma. L’altro giorno ho spiegato per un’ora questi numeri a Zio Nino. Mi ha ascoltato con sguardo assorto e alla fine ha detto: “Incredibbile! Molto interessante davvero… Ma cosa si prevede sui mercati? Mi dia la lista dei titoli vincenti”.

 

Un altro motivo per cui le previsioni sono inutili è legato al funzionamento stesso dei mercati.

Il prezzo di un titolo si basa sui fondamentali economici, ma anche su come la gente vede (percepisce e interpreta) questi dati, e anche sulle aspettative riguardo all’andamento. Quindi sono sempre all’opera contemporaneamente fattori economici, ma anche psicologici ed emotivi, che possono cambiare in modo inaspettato e repentino. Una vignetta di tanti anni fa illustra bene il concetto (perché le dinamiche di fondo non cambiano):



Traduzione: 

“Oggi a Wall Street le notizie di un possibile taglio dei tassi di interesse hanno fatto salire l’indice, ma poi le aspettative che questo taglio dei tassi avrebbe avuto un effetto inflattivo ha fatto scendere il mercato, finché la previsione che i tassi più bassi potrebbero stimolare l’economia debole ha spinto il mercato al rialzo, ma alla fine il mercato è sceso di nuovo sui timori di un surriscaldamento dell’economia stimolata dai tassi bassi, che porterebbe quindi a un nuovo rialzo dei tassi di interesse”.

 

Potrebbe tranquillamente essere una di quelle miriadi di news e commenti che si sentono oggi h24. Sempre uguali e del tutto inutili.

Ma se a rendere le previsioni sui mercati un esercizio praticamente inutile non bastassero la complessità (con i numeri e le variabili) e le aspettative (con la psicologia, la percezione e le interpretazioni), ecco che si aggiunge quello che forse è il fattore più importante: le emozioni. Anche in questo caso una vignetta di tanti anni fa illustra perfettamente il funzionamento dei mercati finanziari (che certamente non è cambiato):



Traduzione:

un broker (in alto a sinistra) chiama un cliente e dice “I’ve got a stock here that could really excel… Avrei da suggerire un’azione che potrebbe davvero eccellere”. Come nel gioco del telefono senza fili, la parola excel, passando di bocca in bocca, si trasforma in Sell (vendere) e si scatena il panico: tutti a vendere.

A un certo punto il broker infuriato esclama: “This is madness!... Questa è pazzia! Me ne vado. Good Bye!”, dove Bye! suona esattamente come Buy! (compra). Così, tutti smettono di vendere e si scatena l’eccitazione per comprare.

Il tutto ricomincia da capo (in basso a destra: “I’ve got a stock here…”) in un ciclo senza fine…

E sulla Sindrome da Previsioni (di Otelma) non avrei altro da dire.

 

Nonostante tutto ciò, si sta diffondendo la Sindrome del Cliente Pretendente, che affligge quei clienti che pensano di poter pretendere qualcosa dai mercati finanziari (e quindi dai consulenti). Come Zio Nino da Trapani detto Trapanino che esige la lista dei titoli che saliranno.

O come quei clienti che pretendono un guadagno certo, quando nella vita le cose certe sono solo due: le tasse e la morte. Tutto il resto è aleatorio.

Ma loro no, loro insistono:

“Mi faccia guadagnare almeno il settepercento l’anno, ovviamente senza perdere mai. È il suo lavoro, no? Altrimenti che ci sta a fare?”

Naturalmente, il destino dei clienti afflitti da tale sindrome è quello di essere presi per i fondelli, perché nella loro ricerca illusoria è matematico che alla fine si imbattano nel consulente miracoloso della Cat & Fox Investments, che gli promette di raddoppiare gli zecchini d’oro.

 

Continuando sulle tematiche di finanza comportamentale, passiamo a quella che chiamerei La Sindrome del Possesso.

Non si tratta semplicemente del fatto che si genera un attaccamento verso le cose che si possiedono, ma anche che quando una cosa diventa nostra gli diamo un valore maggiore di quando ancora non ce l’avevamo.

Khaneman e Thaler, che su questi temi hanno preso un Nobel ciascuno, hanno dimostrato questo incasinamento della nostra mente con un esperimento.

Metà degli studenti del primo anno di un College, il primo giorno di scuola trova nella loro stanza del dormitorio una tazza con il logo dell’Università, con un biglietto dove si dice che si tratta di un dono, e che altre tazze come quella si possono acquistare al locale negozio del campus per 4 dollari.  L’altra metà degli studenti invece non riceve nulla.

Dopo aver riunito tutti gli studenti, gli sperimentatori li invitano a contrattare tra loro la compravendita delle tazze. Bene, i possessori delle tazze (ricevute in dono) hanno chiesto in media 5,25 dollari per separarsene (in pratica il 30% in più di quanto vale una tazza nuova). Questo misterioso meccanismo del nostro cervello è stato definito “Effetto dotazione”: le persone in media provano più dispiacere quando perdono degli oggetti di cui sono in possesso di quanto piacere arrecherebbe loro acquisire quegli stessi oggetti, se già non li possedessero.

È un meccanismo che il Buddismo conosce bene da 2500 anni. Non a caso spiega che le cause principali di sofferenza nella vita derivano dall’illusione e dall’attaccamento. Ci illudiamo che se avremo una certa cosa saremo felici, e quindi dovercene separare ci rende particolarmente infelici. Pensiamo che la felicità dipenda da qualcosa di esterno a noi e quindi, in base a questa illusione, rischiamo di passare la vita a inseguire le cose…

Nel campo degli investimenti l’effetto dotazione è legato al fenomeno dell’avversione alle perdite: la sofferenza che si prova per una perdita è doppia rispetto a un guadagno di pari valore.

Per dirla in termini semplici: nella nostra mente le perdite valgono il doppio dei guadagni.

Il che è una fregatura non da poco. Prima di tutto perché non siamo mai contenti (come spiego nel mio libro Zeropensieri), e poi perché in questo modo diventa molto difficile fare una delle cose più importanti in assoluto: tagliare le perdite.

Come fa Zio Nino Trapanino, che non solo è attaccatissimo ai suoi titoli (una volta che sono diventati “suoi” non se ne vuole disfare, come succede agli studenti per le tazze), ma tale è la sofferenza del distacco che pur di non vendere in perdita si illude che il titolo si riprenderà, finché non arriva a -99,9% (e solo a quel punto gli viene qualche dubbio).

Tanto per far soffrire un po’ di più, questo meccanismo genera una variante diabolica, che potremmo definire “Dal picco in giù”.

Un esempio: da quando Selvaggia si occupa di gestire il patrimonio di sua madre Signora Pina, lei ovviamente controlla ogni 2 ore il controvalore del portafoglio, incazzandosi con il consulente della Banca Traballa quando vede dei segni rossi, e congratulandosi con sé stessa con un doppio Spritz quando ci sono dei guadagni (con i segni verdi).

Il problema è che lei prende nota sistematicamente del picco massimo raggiunto dal controvalore del portafoglio, come se fosse un valore acquisito e ormai scolpito nel granito. Invece, come dovremmo sapere, si tratta di un valore virtuale, soggetto a continue oscillazioni, che diventerà definitivo solo al momento della vendita. Ma lei non lo vuol capire, e così, quando il valore del portafoglio passa – ad esempio – da 100.000 a 95.000 (a causa di momentanee oscillazioni di mercato) lei comincia a ululare: “AAARGH! Ho PERSO 5.000 euro!” e con sguardo assassino e bava alla bocca si precipita dal consulente della Banca Traballa per strozzarlo.

Naturalmente Selvaggia non ha capito un accidente.

Sarebbe come se lei e la Signora Pina si facessero stimare ogni tre giorni il valore della loro casa e quando il valore è più basso del precedente si strappassero i capelli dicendo. “Ho perso un sacco di soldi!…”, inseguendo l’agente immobiliare.

Certo che siamo proprio complicati.

 

Vorrei ora parlare un attimo di un altro problema: la Sindrome della Fine del Mondo (o Sindrome dell’Apocalisse), che affligge un sacco di gente.

Cito da Zeropensieri:


"Si tratta di usare una precisione microscopica e chirurgica per sezionare la realtà e vederne solo i lati negativi. È una ricerca automatica e meticolosa delle possibili minacce che ci potrebbero piombare addosso, un radar per individuare le catastrofi che incombono e che certamente a breve ci devasteranno. È una ricerca destinata al successo sicuro. Specialmente se si passa parecchio tempo alla tv o su internet, cosa che oggi pare inevitabile.

Chi è affetto dalla Sindrome della Fine del Mondo – come ad esempio mia madre - vive in questa cappa di pensieri oscuri, continuamente alimentata dalle news, dai media, dai social.

“Hai sentito alla televisione?”, è in genere l’inizio della telefonata di mia madre.

“No, cosa?”

“Il clima… Ahhh un disastro… L’inquinamento… La delinquenza… Non si può più uscire la sera…”.

La lista prosegue, in un crescendo di ansia, con gli additivi chimici cancerogeni, le modificazioni genetiche, le falde contaminate, le bombe d’acqua e la grandine killer, le bombe nucleari e i droni spia, la casa che verrà espropriata perché non conforme alle nuove normative green, il paese che andrà in default, le tasse che raddoppieranno, le mezze stagioni che non ci sono più…

Mancano solo l’invasione delle cavallette e quella degli alieni (che però pare siano già fra noi).

Ad ogni modo. La telefonata in genere si chiude con la canonica frase densa di ottimismo:

 “Aaah!, di questo passo dove andremo a finire!?”

La visione iper drammatica del mondo, che affligge probabilmente alcuni miliardi di persone rovinandogli le giornate, nasce da una percezione distorta (e a volte anche manipolata) della realtà.

La mente ha la tendenza a proiettare nel futuro la situazione attuale, come se si instaurasse un trend eterno ed ineluttabile. Se ad esempio abbiamo un mal di testa feroce, siamo talmente immersi che non riusciamo a concepire un mondo futuro senza mal di testa.

Se per qualche giorno le Borse scendono a picco, la gente entra subito nel panico pensando che scenderanno per sempre fino ad azzerare i loro risparmi. I sorrisi spariscono, i volti si fanno ombrosi e l’umore tetro (e in genere si va anche in bianco, perché fra disastri incombenti e minacce di finire sotto un ponte, l’ultima cosa che ti passa per la testa è quella lì). In sintesi: diminuisce la libido e aumentano ansie, incazzature e attacchi di cuore. Potere della frase (e del pensiero) “Dove andremo a finire?”, appunto. Ma è un’idiozia.

Facciamo proiezioni completamente sballate e del tutto irrazionali, che usiamo nella vita come bussola sgangherata che ci serve solo per perdere la strada (e in genere finire piantati nelle sabbie mobili).

Se i tiggì con gli scienziati dall’aria preoccupata ci dicono che negli ultimi 10 anni la temperatura media è salita di un grado (non sono dati precisi, ma è solo un esempio), noi diventiamo subito eco-ansiosi, facciamo una proiezione e vediamo da qui a 20 anni un mondo arrostito con la gente ustionata che gira tipo kebab, cosparsa di crema solare protezione 50, e neanche una goccia d’acqua da bere.

Che casino.

Ma fare proiezioni del genere di cui sopra sarebbe come dire che siccome le Borse sono scese in un mese del 10%, allora in un anno perderanno il 120%. Non notate niente di strano?

Eppure, noi pensiamo e viviamo proprio così. La nostra mente fa queste proiezioni lineari assurde, ma il mondo, la natura, la società non funzionano così. La curva della crescita (o della decrescita) è, appunto, una curva e non una linea retta.

Ad esempio, nei primi 12 mesi di vita la statura di un bambino aumenta del 50%. Ora, se la progressione continuasse in modo lineare (come immagina il cervello impanicato quando pensa alle epidemie, l’invasione degli zombie e roba del genere), i bambini a 4 anni sarebbero alti in media 2 metri e 40, per arrivare a 5,40 in prima elementare.

C’è da dire che una progressione del genere non sarebbe priva di vantaggi. Ad esempio, se il bimbo a nove anni, uscisse di casa dimenticando la merenda, voi gliela potreste passare direttamente dal vostro terrazzo del quinto piano (perché lui sarebbe alto circa 18 metri). Ma evidentemente la natura, nella sua infinita saggezza, aveva previsto l’invenzione dell’ascensore, per cui la progressione di crescita prima rallenta di brutto e poi si ferma del tutto.

Invece noi crediamo che un fenomeno si amplificherà in eterno, in un turbine di disastri fino all’apocalisse finale.

Su questa gaia convinzione costruiamo i nostri schemi mentali dove prosperano i pensieri che guidano la nostra vita quotidiana. Che a quel punto diventa un mezzo incubo…"

 

Praticamente passiamo un sacco di tempo immersi in ansie e preoccupazioni per tragedie che non accadranno mai.

Nel campo degli investimenti uno degli effetti di questa visione, ben alimentata da tutti i tipi di media, è che c’è sempre un buon motivo per non investire (o per vendere) perché c’è sempre un buon motivo per essere preoccupati per qualche catastrofe imminente.

A dire il vero le statistiche direbbero il contrario, ma noi siamo piuttosto testardi. E poi in fondo, pensare negativo e incasinarci la vita ci piace. Siamo strutturati per questo: è una fregatura della nostra evoluzione, dall’Homo Sapiens in poi (e nel libro cerco di spiegare come tirarne fuori le gambe).

Parlando di mercati e di Borse, i dati ci dicono che con un orizzonte temporale corretto per l’investimento (e non per “giocare” in Borsa, come fa Zio Nino), le possibilità di finire in perdita si riducono progressivamente fino ad azzerarsi:




Mentre per un investimento che dura 1 anno c’è il 30,9% di possibilità di trovarsi in perdita, con un orizzonte temporale di 5 anni, l’investimento ha il 19,5% di possibilità di finire in perdita. Dopo 10 anni, le possibilità scendono all’11,5%. Dopo 20 anni, le probabilità di perdere si azzerano (0,1% per essere precisi).

Per dirla in altro modo - invertendo il punto di vista - abbiamo che, statisticamente, con un orizzonte temporale di 5 anni si ha l’80,5% di probabilità di essere in guadagno; con 10 anni si passa all’88,5% e dopo 20 anni si raggiunge il 99,99% di possibilità di guadagno.

Il tutto in base a 150 anni di dati. Che, come serie storica mi sembrerebbe sufficiente per avere una certa attendibilità.

Ma Bottavio non si fida. Eh no, lui è preoccupato. Legge i giornali, guarda i tiggì, si informa qua e là in rete e non si sente tranquillo ad investire, perché la situazione non è buona e potrebbe succedere qualcosa di grave da un momento all’altro. Il suo motto è: “Cercando bene, si trova sempre un buon motivo per non investire”.

Tutto questo va avanti da un sacco di tempo. Così, sono almeno 20 anni che tiene buona parte dei suoi averi sul conto corrente: almeno è sicuro di non vedere segni “meno”.

In effetti, sul saldo del conto c’è ancora scritto 100.000 euro, proprio come 20 anni fa.

Ma, nello stesso periodo di 20 anni le Borse (globali) hanno avuto un rendimento superiore al +400% (la Borsa Usa oltre il +600%).L’oro ha fatto +400%I titoli di stato Italia in media +85%Invece gli immobili presentano un -12,5% (media Italia). Chilavrebbemaidetto.

Nel frattempo, l’inflazione ha fatto il suo lavoro di killer invisibile e silenzioso. I 100.00 euro di 20 anni fa hanno oggi un potere di acquisto pari a circa 44.000: cioè ci si compra meno della metà delle cose di allora (come ben sa chiunque si ricordi quanto costavano due decenni fa una cena in pizzeria, una casa, una spesa al supermercato, una vacanza, un biglietto del treno, le bollette…).

 

Così, il buon Bottavio, in preda alla Sindrome della Fine del Mondo, ha perso senza neanche accorgersene oltre la metà del suo patrimonio. Oltre a non cogliere guadagni da investimento che, nell’ipotesi ultra-prudente, gli avrebbero consentito quantomeno di raddoppiarlo.

A volerlo cercare c’è sempre un buon motivo per essere preoccupati e non investire (o vendere al primo scricchiolio).

Ma quanto ci costa?

Ce lo dice un grafico (anzi due, su periodi diversi), con l’andamento dell’indice S&P 500 e tutti i buoni motivi economici, geopolitici e pandemici per turbarsi e vendere…






Per farla breve: nel 1950 l’indice S&P 500 valeva 220 punti.

Oggi, nonostante la miriade di eventi indicati nei grafici sopra, l’indice vale 5.500 punti. Venticinque volte di più. Ma se aggiungiamo i dividendi, la crescita con interesse composto e teniamo in considerazione l’effetto devastante dell’inflazione (per chi teneva i soldi sul conto), possiamo dire che l’investimento dal 1950 è come minimo centuplicato. Ci basta?

Certo, la faccenda del lungo termine va adattata alle proprie esigenze. E poi bisogna stare attenti che non venga sfruttata a vantaggio di qualcun altro. Ad esempio, sono 20 anni che la Bella Figheira, la consulente Top Chic, convince Padre Graziano a non vendere mai il fondo Crescita Sicura Certa della Banca Private De Luxe (che, fra mega commissioni e una gestione così così, ha reso in media lo 0,8% annuo): “Ma Padre perché vuole vendere? Bisogna avere un orizzonte temporale che punti all’eternità…”

E anche questa volta lui non vende, e lei vince la crociera premio.

Questa però è un’altra storia, che ha a che fare con la capacità di capire di chi fidarsi. Su questi temi vi consiglio la lettura del mio libro “Bassa Finanza”


 

Dopo tutti questi bei discorsi… E ora che si fa?

 

La signora Pina ha cambiato opinione. Ora vuole il 10% garantito. Le sembra il minimo. Il 4% ormai è roba che secondo lei tutti possono ottenere e quindi i suoi consulenti della Banca Traballa devono garantirle almeno il 10% annuo. Che ci vuole? Si vede benissimo che le Borse salgono.

In teoria questo sarebbe un pessimo segno, foriero di sventure sui mercati.

Altro segno un po’ inquietante è che ormai tutti ma proprio tutti non parlano altro che di Artificial Intelligence, e di come questa cambierà il mondo, e di come si possa diventare ricchi subito investendo in Borsa su qualsiasi titolo che abbia nel nome la parola AI o simili.

Ecco, la faccenda mi ricorda un pochino i tempi delle “.com” (dot com), quando 25 anni fa, agli albori di Internet, la gente si eccitava convinta che siccome il web avrebbe cambiato il mondo (cosa poi avvenuta), per diventare ricchi era sufficiente puntare soldi su qualsiasi cosa avesse a che fare con internet (“.com”, appunto). Il che non è avvenuto come si immaginava la gente, perché la strada verso l’adozione di Internet è stata disseminata di cadaveri (in Borsa).

Ricordo che una delle aziende top di allora, Cisco System, raggiunse nell’euforia del 2000 il valore di 77 dollari a titolo. Dopo aver perso fino al 90% nel 2002 e dopo oltre 20 anni di faticoso recupero, oggi vale ancora solo 45 dollari. Nonostante sia una grande azienda solida e profittevole. Figuriamoci cosa è successo a quelle non solide e non profittevoli, ma solo di moda…

Se volete un riepilogo sulle vicende nostrane dell’epoca, ecco un articolo interessante.


A proposito, e per la cronaca, l’indice della Borsa Italiana che nel 2000 raggiunse i 50.000 punti, dopo essere precipitato del 75%, oggi sta ancora a 33.000 punti (stesso livello del 1999). Mica male.

Insomma, come sempre bisogna stare attenti alle bolle create dall’euforia per una nuova tecnologia che cambierà il mondo. Può darsi che il mondo lo cambi davvero, ma la strada per arrivarci segue in genere un percorso di bolla-crollo-ripartenza.

A un periodo di euforia con un eccesso di investimento, segue un crollo (con un eccesso di disinvestimenti), poi un periodo dove ci si leccano le ferite e solo dopo parecchio tempo ricominciano gli investimenti. E piano piano la tecnologia viene adottata e si diffonde…

Ce lo illustra il grafico dell’Hype Cicle di Gartner (il Ciclo dell’Eccesso) dove si vede come si evolve una nuova tecnologia, fra picco di eccesso di aspettative e crollo successivo, delusione e ripartenza…


Chissà a che punto siamo oggi in questo grafico con l’Artificial Intelligence, che certamente cambierà il mondo.

Detto questo, non vorrei si pensasse che sto prevedendo un crollo. Ricordiamo sempre che le previsioni le possono fare solo il Divino Otelma e i mitici F.lli Boscoli.

In realtà, nonostante i segnali un po’ inquietanti di cui sopra, ce ne sono anche altri che fanno propendere per una prospettiva migliore.

Prima di tutto c’è un sacco di gente preoccupata. Gente che si aspetta un crollo delle quotazioni e spera di ricomprare a prezzi molto più bassi. Probabilmente sono le stesse persone che pensavano che con il Covid i mercati finanziari sarebbero stati chiusi per sempre, o che i ribassi del 2022 sarebbero continuati all’infinito.

Probabilmente sono quelle persone che allora hanno venduto impaurite e ora si ritrovano con i portafogli scarichi di azioni (e massacrati dai cali dei bond) e guardano i loro prezzi salire e salire e sperano quindi in un crollo per rientrare.

È quello che fa sempre Zio Nino da Trapani, il nostro Trapanino, che ha il vizio di cercare il Timing per entrare sui mercati, quando invece – come dice il proverbio:


“Il momento migliore per investire in Borsa era 20 anni fa; l’altro miglior momento è ora.”


Ma Zio Nino no. Lui aspetta il crollo (non una normale correzione del 10%) per trovare i prezzi in saldo, perché segue il mito del comprare basso e vendere alto, cosa che riesce solo ai F.lli Boscoli (e al vostro amico o consulente che ve la racconta…).

Quindi lui resiste stoicamente e soffre in silenzio (assieme a un sacco di altra gente) mentre guarda i prezzi salire senza di lui. Finché, a un certo punto, stremato dall’attesa, si convince che i prezzi saliranno per sempre. Allora getta la spugna e ricomincia a comprare. Ecco, è quel punto che ci dobbiamo preoccupare.

Ma forse ancora non ci siamo.

Rispetto al 2021, quando tutti si affannavano a comprare qualunque cosa purché rischiosa, oggi la tendenza sembra essere opposta: le persone cercano la tranquillità, facilitate anche dai rendimenti molto più allettanti dei bond (Bot, Btp, conti di deposito e simili).

I dati Usa relativi a fondi ed etf ci dicono che quest’anno sono confluiti sui comparti azionari 20,5 miliardi, ma c’è stata anche un’ondata da 207 miliardi verso i prodotti obbligazionari. Un rapporto di 1 a 10 sembra indicare una ricerca di tranquillità da parte degli investitori. Anche i fondi monetari e di liquidità hanno visto il proprio patrimonio raddoppiare, aumentando di quasi 1.000 miliardi dal 2022…




Tutto questo in genere significa che gli asset più rischiosi come le azioni hanno spazio per crescere: è quando tutti le vogliono, come nel 2021, che bisogna iniziare a preoccuparci.

Ora però non vorrei si pensasse che, dato che parliamo di azioni e lungo termine e momento non sfavorevole, sia sufficiente investire a caso e lasciare lì i soldi, che poi fanno come gli zecchini d’oro sotterrati da Pinocchio su suggerimento del Gatto e la Volpe.

Le cose negative avvengono eccome. Ad esempio Farfetch, la piattaforma di vendite online di beni di lusso quotata nel 2018, sembrava destinata a diventare una superstar. Tutti i big del lusso si azzuffavano per investirci, e nel 2021 il titolo era arrivato a valere 66 dollari, per una capitalizzazione di Borsa di 23 miliardi di dollari.

Solo che ogni tanto le figate passano di moda e le bolle si sgonfiano. E come dice il proverbio:

"L’aria esce da un pallone molto più velocemente di quando lo gonfi".


Così Farfetch oggi è leggermente crollata e i titoli valgono 0,0004 (qualunque cosa significhi questo numero), perdendo il 99,9994%. E naturalmente Zio Nino sta comprando a tutto spiano per mediare il suo prezzo di carico (di 66 dollari), sperando in un rimbalzo.

Anche i grandi gestori, guru del money management, con tutti i loro programmi di diversificazione e controllo del rischio prendono ogni tanto delle belle randellate. Ad esempio, il più grande fondo pensione svedese (Alecta, roba da 110 miliardi di patrimonio) recentemente si era dilettato a investire in tutte le banche americane regionali poi fallite (First Republic Bank, Silicon Valley Bank e Signature Bank)… comprandole naturalmente poco prima che implodessero.

Per essere precisi, First Republic Bank è ancora quotata e il titolo è passato da 200 dollari a 2 centesimi. Non vi dico Zio Nino.

Ma non contenti, i mitici gestori del fondo pensione e delle sorti dei pensionati svedesi (che con le banche Usa ci hanno rimesso qualche miliardo), hanno investito come matti anche sul colosso immobiliare svedese Heimstaden Bostad.  Ma da quelle parti ora c’è una certa crisi dovuta all’eccesso di indebitamento (troppi mutui, tassi in rialzo ed economia in declino), così il titolo sul quale avevano investito 4 miliardi (mica noccioline), negli ultimi 3 anni ha perso “solo” il 70%. Quando si dice che grazie alla gestione professionale i risparmi sono in una botte di ferro.

 

Bene. Ma dopo tutti questi discorsi la domanda resta: e ora che si fa?

 

Prima di tutto torniamo al tema dell’Intelligenza Artificiale, di cui tutti parlano e come noto risolverà i mali del mondo. Per quanto mi riguarda, al momento vedo almeno tre effetti sicuri.


Primo effetto.

Il rendimento scolastico degli studenti aumenterà notevolmente a tutti i livelli, dato che i compiti, le tesi e tesine, le ricerche le faranno fare direttamente a Chat Gpt e i professori molto spesso non riusciranno a sgamarli (come certamente è successo quest’anno al primo esame di maturità dall’avvento dell’AI per tutti). Così, grazie ad Asimovo che fa prendere bei voti agli studenti, potremo dire che il nostro sistema di istruzione sta facendo progressi.


Secondo effetto.

Nell’era dei bollini green (e bio), che se non sei green peste ti colga, assistiamo a quello che viene chiamato green washing (termine che indica chi si riempie la bocca di parole green per lavarsi la coscienza). Così, ad esempio la “verde” Germania, così attenta all’ambiente (a parole) è la più grande inquinatrice d’Europa con le sue emissioni dalle centrali a carbone:



Oppure, per diventare elettrici e “puliti” (salvo quando l’elettricità è prodotta dalle centrali di cui sopra) ci sono le miniere di nichel e altri minerali che servono per far funzionare le batterie ecologiche e che stanno devastando interi paesi, foreste, aria, acqua, ad esempio in Indonesia.


Insomma, nell’era del green washing una delle cose che sta diventando particolarmente inquinante è la nostra vita online.

Si chiama inquinamento digitale, una cosa a cui in genere non si pensa, ma che sarebbe bene iniziare a considerare: tutte le volte che inviamo o salviamo quelle 500 mila foto o video più o meno inutili, messaggi a raffica, videochiamate, spippolamenti compulsivi in rete… stiamo creando un impatto sull’ambiente. Chilavrebbemaidetto, eh?

E quella che rischia di diventare la più inquinante, dato che consuma energia in quantità industriale, è proprio l’Intelligenza Artificiale. Matuguarda.

La richiesta esponenziale di creazione dati, velocità di calcolo, spazio di archiviazione… porta con sé un aumento altrettanto esponenziale dei consumi energetici.

Ad esempio, i data center, quei mega edifici pieni di server lampeggianti e matasse di cavi (dove si conservano anche tutte le foto e i video delle chat di Selvaggia), hanno un consumo energetico che è dieci volte superiore a quello di un normale edifico delle stesse dimensioni abitato da umani. Tutte cose che non potranno mai essere alimentate da un pannello solare o qualche pala eolica.

Evidentemente è per questo che nel mondo si sta sdoganando una delle fonti energetiche più avversate in assoluto (e paradossalmente più clean): il nucleare.

Negli Usa è in corso di approvazione una legge che consentirà di costruire un gran numero di centrali nucleari di nuova generazione. Per la precisione la quarta generazione di reattori nucleari (SMR, Small modular reactor), basata su tecnologie che renderebbero impossibili i disastri tipo Fukushima (per non dire di Chernobyl).

Nel frattempo, i cinesini sono avanti anni luce e non solo stanno già utilizzando i reattori di nuova generazione, ma ne hanno già programmato la costruzione di altri 150 da qui al 2035.

Quindi? Dobbiamo tornare all’età della pietra? No di certo. Basta essere coerenti (e consapevoli) e non raccontarci che siccome andiamo a batterie allora non inquiniamo, e siccome dal cellulare non esce il fumo nero come dalle marmitte dei camion significa che è tutto pulito...

 

Terzo effetto.

Un settore che certamente si avvantaggerà dei benèfici effetti dell’AI è quello del crimine & truffe. Gli attacchi informatici aumenteranno e diventeranno molto molto più sofisticati e difficili da riconoscere e contrastare.

Quindi, se c’è una cosa che probabilmente continuerà ad aumentare sarà la domanda di servizi di sicurezza informatica, la Cybersecurity. Dal 2020 le aziende in media hanno aumentato gli investimenti in cybersecurity del 60%. Un trend interessante.



Un altro trend che mi pare degno di attenzione è quello delle aziende tecnologiche in Cina. Come sappiamo (data anche la posizione di Alibaba nei Portafogli) la situazione in Cina negli ultimi anni è un mezzo sfacelo.

Dal picco del 2021 la Borsa cinese (big cap, in azzurro nel grafico sotto) ha perso circa il 50%, mentre il settore tech (blu) è a -70% e più. Interessante il confronto con S&P 500 (viola) e Nasdaq (rosa):




In pratica, in questo momento in Cina il sentiment per gli investimenti è quello che gli americani definiscono “blood in the street”: un massacro. Il che a volte, quando c’è praticamente solo paura, indica un buon momento per provarci.

La cosa che mi colpisce di più sono le dimensioni. Tutte le aziende cinesi presenti nell’indice tecnologico messe insieme fanno una capitalizzazione di borsa di circa 1 trillion (mille miliardi). Microsoft da sola (per dirne una) vale 3,3 trilioni, cioè il triplo di tutti i titoli cinesi del settore. Mmm…

I primi 6 titoli cinesi tech (Tencent, Pinduoduo, Alibaba, Netease, JD e Baidu) pesano poco più di 800 miliardi di dollari. I primi 6 titoli Usa (Apple, Amazon, Google, Microsoft, Nvidia, Meta) pesano… 15.000 miliardi di dollari e spiccioli. Praticamente quanto la metà del Pil Usa. Se invece che aziende private fossero una nazione, dal punto di vista economico sarebbe la più grande al mondo dopo Usa e Cina.

Tanto per dare un’idea: Google da sola vale più di tutte le aziende tedesche quotate alla Borsa di Francoforte.

Ora però mi chiedo: non è che i cinesi se la cavino male in quanto a tecnologia, quindi le quotazioni dei titoli rimarranno per sempre così depresse? Bella domanda.


E a questo punto? Beh, dopo mesi di assenza compro qualcosa.

I Portafogli Colorati stanno piuttosto bene. A maggio c’è stata l’uscita di Starbucks con lo stop loss, con un risultato di +8%. Poteva andare peggio.


Dopo tutti i discorsi sulla cybersecurity penso non sia una cattiva idea comprare una delle più importanti aziende del settore: Palo Alto Networks.


Continuando sul tema AI, penso di tornare su un titolo già avuto in passato: AMD (Advanced Micro Devices, tenuta in Portafoglio dal 2017 al 2018 con un +139% Come sempre trovate tutti i dettagli delle posizioni chiuse qui) che produce i processori che servono ai computer per funzionare con l’Intelligenza Artificiale e che sta piano piano guadagnando quote di mercato sulla strapotente Nvidia.


Provo anche a comprare l’etf che replica l’indice China Internet delle aziende tecnologiche cinesi.


Rimanendo sulla tecnologia voglio puntare su Uber, di cui non si parla tanto, ma che zitta zitta sta diventando una grande azienda solida e profittevole.

 

Per tutti questi acquisti bisogna essere consapevoli che i prezzi non sono così economici, o nel caso della Cina niente garantisce che i suoi titoli smettano di “sanguinare”…

 

Venendo a cose più “materiali” voglio approfittare di una giornata nera per comprare le azioni di un colosso che raramente presenta quotazioni a sconto: Nike.

L’altro giorno ha annunciato risultati e previsioni peggiori delle attese e il mercato, come spesso avviene, ha reagito vendendo tutto prima di pensare (con il contributo del trading computerizzato di Asimovo), chiudendo la giornata con un -20%. Bene, allora io compro.


A questo punto compro un titolo italiano (una volta tanto), anche se ora quotato alla Borsa di Amsterdam: Exor, la holding finanziaria della famiglia Agnelli che da 100 anni investe il patrimonio di famiglia in società internazionali con un orizzonte di lungo termine.

Due delle principali partecipazioni sono Ferrari e Stellantis, ma oggi Exor diversifica anche nel settore healthcare (ad esempio ha acquisito il 15% di Philips la storica azienda olandese oggi specializzata nelle tecnologie per l’healthcare, in particolare l’imaging, la diagnostica, i device), nel settori lusso, tecnologia, energie alternative, nel Venture capital (finanziando startup biotech e high tech) e negli investimenti alternativi tramite il fondo Lingotto (la cui posizione principale oggi è nei metalli preziosi).

Dal 2009, anno della sua ridenominazione e quotazione (prima si chiamava Ifi e Ifil), Exor è guidata da John Elkann, nipote di Gianni Agnelli, da lui scelto come suo successore quando aveva 21 anni. I risultati sono assolutamente notevoli, migliori dell’indice Standard & Poor 500. Il che per la maggior parte dei gestori è una mission impossible:

 



Infine, una cosa che mi piace è che la presenza di figure femminili al vertice dell’azienda è ben al di sopra della media: delle prime nove posizioni di top management, quattro sono ricoperte da donne. E direi che i risultati danno ragione a questa scelta.

 

In ultimo veniamo a un investimento per la signora Pina.

Anche se lei ora vorrebbe il 10% “garantito e senza rischi”, e anche se non riuscirò mai a convincerla del fatto che il suo è un desiderio irrealizzabile (infatti neanche ci provo), ho pensato che se riesco a levare una parte del suo patrimonio dalle mani della figlia Selvaggia (che sta seguendo tutorial e corsi online con i guru delle Borse), probabilmente le faccio un favore.

Ora che gli arriva la liquidazione per i 47 anni di insegnamento (del Foscolo) nei licei classici, il rischio è che Selvaggia metta tutto su Nvidia e simili. Magari potrebbe anche essere un colpaccio, ma non mi pare il caso di eccedere. Quindi per lei compro un bel Btp che le garantisce un rendimento del 3,25% netto per oltre 5 anni, cioè fino a marzo 2030.

Sarà anche pochino, ma se per caso fra un po’ i tassi di interesse dovessero scendere di nuovo, il 3,25% non sarebbe da buttare. Ribadisco che il 3,25% è il rendimento netto annuo a scadenza. Lo dico perché c’è sempre un sacco di confusione fra cedola e rendimento effettivo.

Infatti Selvaggia ha storto la bocca perché le hanno proposto un titolo “che rende il 5%”… Solo che poi si scopre che il 5% è la cedola lorda e che per comprare il titolo si paga un prezzo alto che va a erodere il rendimento finale, e quindi alla fine il “suo” titolo rende meno del 3% netto… Eccetera.

Le obbligazioni non sono così semplici come si crede. Per una rinfrescata sul tema, vi consiglio di leggere il mio libro “Bassa Finanza”.


 

Riepilogando:

Per il Portafoglio Giallo compro:

Exor, quotata ad Amsterdam (Euronext), cod. isin: NL0012059018 


Per il Portafoglio Bianco compro:

Nike-B quotata al Nyse, cod. isin: US6541061031


Per il Portafoglio Rosso Big Babol compro:

AMD (Advanced Micro Devices) quotata al Nadaq, cod. isin: US0079031078 

Palo Alto Networks, quotata al Nasdaq, cod. isin: US6974351057

KraneShares CSI China Internet, quotato a Milano (Borsa Italiana), cod. isin: IE00BFXR7900


Per il Portafoglio Bolla Fucsia compro:

Uber Tech, quotata al Nyse, cod. isin: US90353T1007


Per il Portafoglio Grigio compro:  

Btp Valore 5 marzo 2030, quotato al Mot, cod. isin: IT0005583486

 

Ricordo, se ce ne fosse bisogno, che chi vuole investire deve sapere che certamente vedrà delle oscillazioni nel valore del portafoglio e subirà delle perdite. Le perdite sono inevitabili.

Chi non volesse subire perdite ha due possibilità:


1 – Rivolgersi ai F.lli Boscoli, i guru del senno di poi, che comprano i titoli solo quando si vede che salgono (e li vendono quando si vede che stanno per scendere);

2 - Sottoscrivere un bel Buono Postale e non se ne parli più.

 

Comunque sia, tornando al tema AI, al momento mi pare di poter dire che gli effetti collaterali delle innovazioni tecnologiche sono in genere quelli di renderci la vita più incasinata di prima. Aumentano le complicazioni, le perdite di tempo e mille pensieri.

Per cui vi consiglio di leggere Zeropensieri. Qui trovate un assaggio.


 

Allora, buon proseguimento di lettura e a presto.




Giuseppe Cloza









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